Commercio equo e solidale: una filiera in movimento

, di Marco Bellucci

Commercio equo e solidale: una filiera in movimento

Ci si riferisce al commercio equo e solidale primariamente come ad una filiera, come a una catena di valore con caratteristiche particolari di equità e trasparenza. Ma il commercio equo si caratterizza anche e soprattutto per l’esistenza di un movimento ricco e variegato. Quando la crisi morde più forte, si esasperano concetti pericolosi come il qualunquismo, l’egoismo, l’individualismo. E’ qui che l’altra parte del commercio equo, quella movimentistica e fortemente legata ai temi della sensibilizzazione, del volontariato, degli stili di vita sostenibili e del consumo critico ha la possibilità di fare tanto. Un capo della filiera deve agire per i produttori ed i paesi in via di sviluppo, ma l’altro capo agisca direttamente dentro di noi: dobbiamo crearci quotidianamente l’opportunità di trasformare davvero la crisi nel momento in cui le regole del gioco verranno cambiate.

Problemi ed opportunità

Quando si parla di commercio equo e solidale si parla innanzitutto di una filiera, di una catena di valore con caratteristiche particolari che dopo vedremo. Ma parlare di commercio equo vuol dire anche riferirsi ad un “movimento in continuo movimento”, ad un insieme variopinto di soggetti e realtà che lavorano - sebbene con modalità spesso variegate e non sempre all’unisono - per lo stesso obiettivo, ovvero promuovere un modello di sviluppo basato su un diverso e più equo tipo di commercio internazionale e migliorare le condizioni di vita nelle aree sottosviluppate del pianeta secondo il principio del Trade, not aid!, cioè attraverso la produzione, gli scambi commerciali e la fertilizzazione del tessuto imprenditoriale.

Riprenderemo più avanti le caratteristiche del commercio equo inteso come meccanismo economico: concentriamoci per un attimo sul movimento reticolare che vi sta dietro. I cittadini di tutto il mondo stanno imparando come la globalizzazione abbia portato anche grandi opportunità, non solo problemi o criticità. Si pensi per esempio alla maggiore possibilità di organizzarsi, di allestire reti e organizzazioni di pressione politica e economica. Nel contesto di una economia globalizzata, non è affatto irrealistico che le preoccupazioni etiche di una piccola ma convinta minoranza possano influenzare le decisioni dei governi, delle istituzioni mondiali o delle grandi multinazionali. Esistono consumatori, risparmiatori, elettori che incorporano elementi di equità sociale e ambientale nelle loro preferenze: essi riescono con le loro scelte di consumo, risparmio e voto a incidere sul comportamento delle grandi imprese, che non vogliono perdere quote di mercato, e dei rappresentanti dei governi e delle istituzioni, che non vogliono perdere consensi.

Ecco che questo attivismo dal basso diventa importantissimo per gettare le basi di un diverso modo di concepire la gestione dell’economia. Conosciamo i problemi, conosciamo in parte anche le soluzioni. Però nel passare dalla teoria alla pratica e dalla conoscenza alla soluzione, si è sperimentato come non basti né affidarsi ciecamente alla mano invisibile del mercato (che forse è invisibile perché non esiste) né alla rigida regolazione troppo spesso fallace delle istituzioni di controllo. La crisi che stiamo attraversando ne è un esempio fin troppo lampante. Ecco quindi la necessità di affrontare il tema dell’economia, del benessere da un terzo punto di vista, quello della partecipazione dal basso. Ed è a quest’ultimo filone di pensiero che fanno pieno riferimento il “consumo critico”, la “microfinanza etica” ed il “commercio equo e solidale”.

Un commercio più equo

Il commercio equo e solidale nasce circa quarant’anni or sono come approccio alternativo al commercio convenzionale. Quello che si cerca di fare attraverso il commercio equo e solidale è ottenere una relazione paritaria fra tutti i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione, dai produttori fino ai consumatori. In questo modo attività fondamentali e quotidiane come il lavoro ed il commercio diventano vettori di giustizia sociale ed economica, rispetto per la persona e per l’ambiente, crescita della consapevolezza e dell’informazione.

Mi piace anche riprendere la definizione di CTM Altromercato, il più grande importatore italiano di commercio equo, per cui il fair trade si configura come partnership economica basata sul dialogo, la trasparenza e il rispetto, che mira ad una maggiore equità tra nord e sud del mondo attraverso il commercio internazionale. Il commercio equo e solidale si fonda su una serie di criteri che possiamo sintetizzare nel pagare un prezzo equo ai produttori locali; fornire condizioni lavorative sane e sicure all’interno di un organizzazione democratica del lavoro; realizzare procedure ambientalmente sostenibili; prefinanziare i partner del sud del mondo; costruire relazioni commerciali di lungo periodo; investire il surplus in beni pubblici locali; rendere trasparenti i passaggi commerciali.

La globalizzazione è un fenomeno planetario che riguarda i processi di integrazione, processi che pur essendo diffusi globalmente, lo sono a macchia di leopardo e non riguardano tutte le parti del mondo con la stessa intensità. Le opportunità di organizzazione a cui ci si riferiva prima non sono disponibili per tutti. Infatti molti produttori dei paesi in via di sviluppo sono disorganizzati e operano singolarmente: la mancanza di azioni collettive li rende vulnerabili nei confronti degli intermediari, i quali dispongono così di un potere contrattuale relativamente molto forte. I produttori risultano doppiamente isolati (specialmente se non sono membri di associazioni o cooperative). In primo luogo, lo sono nei confronti degli altri lavoratori, disponendo così di scarse informazioni e di scarse possibilità di organizzarsi. Risultano isolati anche verticalmente, nei confronti dell’altro capo della filiera, i consumatori. Infatti tra quest’ultimi ed i produttori risiedono, all’interno del commercio tradizionale, un alto numero di intermediari, dotati di un forte potere decisionale e capaci di assorbire gran parte del valore finale del bene commercializzato.

Il circuito del commercio equo e solidale cerca di intervenire in entrambe le direzioni. In primo luogo il commercio equo mira ad aumentare e migliorare l’ownership e l’organizzazione dei produttori, fornendo assistenza tecnica, assicurando rapporti stabili e di lungo periodo, pagando un prezzo equo. I lavoratori hanno così modo di rafforzarsi e di partecipare consapevolmente alla formazione di organizzazioni di tutela e rappresentanza. In secondo luogo il fair trade si caratterizza per una filiera corta e impostata sulla collaborazione: in questo modo consumatori e produttori vengono virtualmente avvicinati, permettendo allo stesso tempo di aumentare il reddito dei lavoratori nei PVS attraverso la riduzione degli intermediari.

Un movimento europeo

Ma il commercio equo oltre che una buona pratica può essere una nuova forma di protagonismo sociale dei cittadini europei. E’ quindi importante costruire le condizioni perché i movimenti, le associazioni e le ONG legate al mondo dell’economia solidale siano parte attiva del processo di riconoscimento istituzionale e di allargamento degli orizzonti di riferimento. E’ diventato necessario ripensare gli orientamenti strategici in chiave europea e non più nazionale, dato il crescente processo di integrazione che ha visto il passaggio di competenze su alcune materie chiave dalla Stato nazionale al livello europeo ed il conseguente aumento del numero dei fori decisionali.

Se da un lato si avverte la tendenza a rafforzare i coordinamenti a livello internazionale e si assiste ad un aumento dei progetti congiunti, dall’altro la cooperazione a livello europeo è resa ardua dagli stessi motivi che rendono ardua quella tra organizzazioni della stessa nazione, ovvero, principalmente, divergenze sugli specifici obiettivi da raggiungere, diverse concezioni del commercio equo e solidale e conseguenti diversità a livello di strategie utilizzabili. Credo che queste difficoltà potranno venir superate se il movimento riuscirà ad impostare la necessità di “fare gruppo” come priorità. Rafforzarsi insieme, tramite l’unione e la cooperazione è l’unica via per veicolare efficacemente un messaggio e degli strumenti che sarebbe un peccato veder restare di nicchia. La sensibilità già dimostrata da parte della Comunità Europea è un opportunità concreta in questo senso.

Conclusioni

Attualmente una delle prime emergenze a cui far fronte - perché di vera e propria emergenza si tratta - è la necessità di una più equa distribuzione delle risorse, anche e soprattutto a livello mondiale. Abbiamo visto come la struttura solidale della filiera del commercio equo voglia agire proprio su questo. Certo il commercio equo non ha la presunzione di poter essere l’unico modo di risolvere il problema della iniqua distribuzione delle risorse mondiali, ma credo che un commercio più equo e più giusto possa contribuire fortemente.

Eppure quella che stiamo attraversando non è solo una crisi economica e finanziaria. E’ anche una crisi energetica, ambientale, una crisi in definitiva politica e culturale. E forse possiamo spingerci a definirla una crisi di coscienza, una crisi di consapevolezza. Una mancanza di consapevolezza dei rischi dell’economia senza controlli, così come delle conseguenze dello sfruttamento eccessivo dell’ambiente, così come dell’estrema povertà in cui versano molte delle regioni del nostro pianeta.

Quando la crisi morde più forte, si esasperano concetti striscianti e pericolosi come il qualunquismo, l’egoismo, l’individualismo. E’ qui che l’altra parte del commercio equo, quella movimentistica e fortemente legata ai temi della sensibilizzazione, del volontariato, degli stili di vita sostenibili e del consumo critico ha la possibilità di fare tanto. Un capo della filiera deve agire per i produttori ed i paesi in via di sviluppo, ma l’altro capo agisca direttamente dentro di noi! Perché dobbiamo crearci quotidianamente l’opportunità di trasformare davvero la crisi nel momento in cui le regole del gioco verranno cambiate.

Penso che una speranza ci possa venire anche proprio dal mondo del volontariato e da quello di tutti quei giovani e meno giovani impegnati civilmente, dall’impegno coordinato o disordinato di tutti coloro che credono fortemente in qualcosa di costruttivo: dovremmo lasciarci tutti contagiare almeno un po’ dalla loro consapevolezza e dalla loro entusiasta ma ragionata voglia di cambiamento.

Fonte immagine: Flickr

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