Copenhagen 2009

, di Stefano Rossi

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Copenhagen 2009

Il futuro del pianeta sarà discusso tra il 7 e il 18 dicembre a Copenhagen. Ma i protagonisti e il teatro sono quelli sbagliati.

La questione ambientale, e segnatamente quella climatica, è progressivamente divenuta nell’ultimo trentennio un argomento imprescindibile dal discorso sul diritto allo sviluppo e sull’economia globale. La natura internazionalistica del fenomeno è sotto gli occhi di tutti, e non è un caso se le grandi sfide della globalizzazione si giochino in buona parte sulla gestione di una crescita economica sostenibile. Ma a caratterizzare la questione climatica non è solo l’interdipendenza territoriale, per cui le possibili soluzioni al problema devono essere intraprese a livello planetario. L’approccio al problema deve essere, oltre che globale, diacronico. Le ripercussioni delle scelte che si fanno in ogni Stato non hanno valore solo “qui e oggi”, ma si estendono a tutti gli abitanti della Terra, di oggi e di domani. Emblematico è l’intervento della dodicenne Severn Suzuki alla Conferenza del ’92 sui cambiamenti climatici, che si rivolge ai grandi del mondo pretendendo di poter vivere, una volta adulta, in un ambiente sano, proprio come quello che hanno trovato le passate generazioni. Ad una tale pluralità dei punti di vista dai quali affrontare la questione, si aggiunge la difficoltà di trovare soluzioni efficaci anche in relazione a tutti i problemi connessi, dal surriscaldamento globale alla deforestazione, dall’inquinamento industriale alla protezione della varietà delle specie viventi. Tutte facce di uno stesso poliedrico e a tratti indecifrabile rebus.

A fronte di una tale complessità del problema, il mondo si interroga circa le possibili soluzioni. La responsabilità che grava sui governi è alta: ogni fallimento va a discapito delle future generazioni. Ad oggi non si può dire che nulla sia stato fatto, ad incominciare da una presa di coscienza importante, almeno a livello ufficiale, da parte delle organizzazioni internazionali. Nel 1992 viene redatta la Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, che individua nel surriscaldamento globale, dovuto all’eccessiva emissione dei “gas serra”, il punto nodale della questione ambientale.

La Convenzione ha il merito di ammettere che non tutti gli Stati sono uguali: in particolare, si riconosce che alcuni di essi hanno dato luogo allo sfruttamento delle risorse naturali e sostenuto un alto livello di inquinamento atmosferico, spesso a danno del corretto sviluppo di certe aree. Partendo da tale considerazione, ai Paesi industrializzati viene attribuita una responsabilità preminente nella soluzione del problema, tramite clausole di stringente riduzione delle emissioni, rispetto all’assenza di limitazioni per i Paesi in via di sviluppo (PVS). Uno dei meccanismi utilizzati per comporre il diritto allo sviluppo dei PVS con il diritto di ogni uomo di vivere in un ambiente salubre, adottato dal Protocollo di Kyōto (art. 12), è il Clean Development Mechanism (CDM). Secondo tale strumento viene permesso alle imprese dei paesi industrializzati di realizzare progetti che mirano

... frustrazione delle regole internazionali sulla concorrenza..

alla riduzione delle emissioni di gas serra nei paesi in via di sviluppo senza vincoli di emissione. In questo modo viene tutelato il diritto allo sviluppo, che è così indirizzato in senso sostenibile all’interno dei PVS, e contemporaneamente le imprese che devono sopportare i limiti alle emissioni possono accumulare “crediti di emissione”, corrispondenti al guadagno ambientale che ha fruttato la realizzazione del progetto. Nonostante il 14 aprile 2008 si sia festeggiato il millesimo programma attuato tramite il CDM, gli esperti sostengono che questa misura sia tutto sommato di scarso impatto sull’abbattimento delle emissioni. D’altra parte viene anche contestato il requisito dell’additionality, che vincolando la certificazione del progetto ad una riduzione delle emissioni “reale”, ovvero aggiuntiva rispetto alla situazione in cui il progetto non sia realizzato, ne rende difficoltosa la concessione.

Quello che poi molti Stati industrializzati (primi tra tutti gli USA) rimproverano alla differenziazione in quanto a limiti d’emissione tra Paesi dell’Annex I (ossia quelli sviluppati) e i PVS, è la frustrazione delle regole internazionali sulla concorrenza e la scarsa attrattiva

... difficoltà a predisporre soluzioni efficaci a livello globale ...

per le imprese degli strumenti previsti. D’altra parte non si può certo negare che alcuni PVS presentino oggi un livello di sviluppo economico accresciutosi considerevolmente nell’ultimo decennio (si pensi al Brasile o alla Cina). Siamo sicuri che sia efficace continuare a sollevare questi colossi da ogni limite di emissione? Diversamente, includere nell’Annex I i PVS significherebbe esporli al mercato dei crediti di emissioni, permettendo ai Paesi industrializzati di comprare il loro “diritto ad inquinare”, nonché pregiudicare la sostenibilità del loro sviluppo.

La difficoltà di predisporre soluzioni efficaci a livello globale, trova una valvola di sfogo nelle azioni che vengono attuate a livello regionale: l’Unione Europea, tramite la direttiva 87/2003 ha disciplinato una sorta di mercato interno delle emissioni, confidando nell’efficienza delle scelte delle imprese. Viene in particolare prevista una multa, direttamente proporzionale alle emissioni non bilanciate dall’acquisizione di crediti di emissione a fine anno.

L’appuntamento di dicembre 2009 a Copenhagen, quindicesimo COP (Conference of the Parties) successivo alla Convenzione del ’92, sarà molto importante, in quanto potrebbe portare ad una modifica, o addirittura all’abrogazione del Protocollo di Kyoto, che rappresenta ad oggi lo strumento internazionale di maggior rilevanza per l’abbattimento dell’emissione dei “gas serra”. I negoziati preliminari non sono giunti ad una bozza definitiva, e hanno registrato una forte resistenza da parte dei PVS all’abrogazione del Protocollo, che garantisce loro uno scudo contro la limitazione delle emissioni. Ridiscutere i termini e le responsabilità dell’attuazione degli obiettivi della Convenzione potrebbe essere rischioso, ma sembra ad oggi necessario.

Ma i gravi dubbi e difficoltà che circondano la Conferenza non sono inevitabili. In primo luogo saranno

... difficoltà e dubbi attorno alla Conferenza che non sono inevitabili ...

rappresentati 192 Stati, ognuno con le proprie rivendicazioni e problematiche, sommariamente divisi nel tradizionale spartiacque tra Paesi industrializzati e PVS. Questa situazione non può che complicare i negoziati e dar vita a logiche diplomatiche che poco hanno a che fare con la difesa dell’ambiente.

Sarebbe auspicabile che gli Stati componessero i propri interessi prima a livello di macro-regioni, e l’UE deve dare un segno forte in tal senso. Inoltre è necessario che venga creata una struttura stabile, con maggiori propri poteri e risorse finanziarie, al fine di controllare e promuovere progetti più coraggiosi e incisivi sull’abbattimento delle emissioni. Un organismo di questo tipo potrebbe dare credibilità e autorevolezza alla causa ambientale nel mondo delle grandi multinazionali e delle Istituzioni finanziarie internazionali.

L’ambito diplomatico e intergovernativo è l’habitat ideale per fare i giochi delle grandi potenze, che possono con il loro peso dividere i PVS ed ottenere un ambiente più pulito per poterlo inquinare senza preoccupazioni. Emblematica è la situazione degli

... quando affondò il Titanic ...

USA, che hanno partecipato alle negoziazioni di Kyoto, per poi non ratificare il Protocollo: come in un patto leonino, hanno condiviso gli utili ed addossato agli altri i costi. La nuova Presidenza americana dovrà assumere una posizione seria e responsabile, così come starà all’Unione europea fare la sua parte, parlando con una voce sola. Il rischio è che a pagare siano in definitiva i PVS: quando il Titanic affondò, le scialuppe erano solo per la prima classe.

Fonte dell’immagine: World Wide Web

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