Lettera aperta di un federalista al PD e alla sinistra italiana, per una “Italia europea”

, di Antonio Longo

Lettera aperta di un federalista al PD e alla sinistra italiana, per una “Italia europea”

Cari amici del PD e della sinistra italiana, stiamo vivendo una fase cruciale per l’Italia e per l’Europa. Se un giorno, sperabilmente non troppo lontano, usciremo positivamente da questo grande passaggio storico, potremo dire che questa è stata una fase “rivoluzionaria”, nel senso più corretto del termine.

Con il governo Monti si sta ‘rivoluzionando’ la politica in Italia e nulla sarà più come prima. In Europa siamo di fronte alla necessità di passare dall’unione monetaria a quella fiscale: un’altra rivoluzione, perché vuol dire cominciare a creare una sovranità europea sul bilancio e sulla spesa pubblica. Il Movimento Federalista Europeo sostenne, già due anni fa, che dalla crisi del governo Berlusconi, si poteva uscire solo con un governo d’emergenza, guidato da una personalità di profilo europeo. Che la crisi italiana era profondamente intrecciata con quella europea del debito sovrano. Che le misure da prendere dovevano necessariamente stare in un quadro europeo. E che, infine, il compito del nuovo governo doveva essere quello di riportare l’Italia in Europa, restituendo al Paese un ruolo nel processo di unificazione europea. Questo sta avvenendo.

In mezzo a mille difficoltà, certo, testimoniate dalla rabbiosa reazione di certi ceti corporativi che stanno difendendo con le unghie e con i denti i privilegi e le rendite parassitarie all’ombra delle quali hanno prosperato da sempre. In mezzo a mille tensioni sociali, testimoniate da ciò che sta accadendo in Sicilia, dove l’arretratezza sociale è chiara figlia di un sistema illegale prosperato all’ombra delle sovvenzioni pubbliche, italiane ed europee, che oramai stanno finendo, grazie alla crisi finanziaria.

Proprio queste reazioni dovrebbero far comprendere al centro-sinistra ed alla sinistra che siamo in presenza di un reale cambiamento, che va ad incidere sul blocco sociale che ha sostenuto il potere italiano da decenni e che si è manifestato nella sua pienezza negli ultimi due: un coaecervo di interessi corporativi, saldato ad un’economia legale ma tributaria nei confronti del potere politico e poi ad un’altra economia sommersa ed illegale, spesso tributaria nei confronti della criminalità. L’evasione fiscale ‘di massa’ è stato il suo segno politico distintivo.

Questo blocco sociale è ciò che ha impedito finora che l’Italia diventasse un Paese ‘europeo’. Ora il governo Monti sta aggredendo questo blocco sociale. Non perché sia un ‘uomo di sinistra’, ma perché sa che ciò costituisce una palla al piede dell’Italia, impedendole di rinnovarsi, condizione per poter recitare un ruolo in Europa.

Questo è il senso profondo dell’operazione ‘credibilità dell’Italia in Europa’. Monti è credibile come persona, ma è il Paese che deve diventare ‘credibile’. In altri termini: dobbiamo batterci per una “Italia europea”. Ma sappiamo, altresì, che l’Italia non si salva se non si salva l’Europa, per la semplice ragione che un’Italia migliore non è nemmeno immaginabile nel quadro di un’Europa disgregata. E l’Europa non può salvarsi se l’Italia affonda, perché, con il suo peso economico trascinerebbe l’Europa nel baratro e con il suo peso politico e storico renderebbe il progetto europeo privo di significato. La stessa cosa vale per Francia e Germania.

L’importanza del governo Monti sta allora nel fatto che esso chiude definitivamente la fase storica di una politica concepita e vissuta come nazionale ‘in forma esclusiva’, per proiettare invece la dinamica nazionale della politica in un quadro europeo. E ciò è possibile perché, con la crisi della sovranità nazionale sul debito e l’affermazione di un ‘controllo europeo’ sulla spesa pubblica, cessa per sempre la separazione tra politica nazionale e politica europea.

E’ una svolta appunto rivoluzionaria, della quale chi ragiona in termini puramente nazionali non si rende ancora conto. Eppure i fatti sono lì a dimostrarlo. Tutto il programma d’azione del governo Monti è costruito sulla base dell’assunto che l’Italia deve risanare le proprie finanze, la propria amministrazione, persino il proprio modo di far politica se vuole salvare se stessa e, contemporaneamente, rilanciare il processo di unificazione europea. Siamo infatti in presenza di due aspetti della stessa questione: la necessità di salvare l’Italia facendo l’Europa, la necessità di fare l’Europa mettendo in ordine l’Italia.

E’ giusto allora dire che, con il governo Monti, inizia la storia di una “Italia europea”.

Ciò pone al centro-sinistra ed alla sinistra italiana ed europeo tre problemi.

Il primo è quello di come coniugare il risanamento finanziario con lo sviluppo. Occorre certo trovare le risorse là dove sono state da sempre occultate (lotta all’evasione fiscale), superare la logica dei tagli lineari per procedere invece ad una revisione dei singoli capitoli della spesa (spending review) per eliminare gli inutili sprechi, fare una dura lotta per restituire legalità al Paese, condizione essenziale per un sano sviluppo. Ma occorre anche chiedersi perché mai certi ‘beni pubblici’ quali, ad esempio, la difesa, l’energia, la ricerca avanzata, non possano essere erogati come politiche dell’Unione Europea, certamente in modo più efficace ed a costi più contenuti sfruttando le economie di scala. Questa ‘riforma’ libererebbe ingenti risorse, da destinare per quei ‘beni pubblici’ più tipicamente nazionali (la sanità, l’istruzione, il welfare, la giustizia, ecc.). In sostanza il risanamento dei conti pubblici deve essere anche l’occasione per porre, in sede europea, il tema di quali “beni pubblici” vadano erogati a livello europeo. E’ questo il vero federalismo fiscale: l’individuazione dei beni pubblici e della fiscalità ai diversi livelli di governo (locale, nazionale, europeo).

Il secondo problema è quello di “quale sviluppo” e con quali strumenti. Il modello degli ultimi 60 anni basato su consumi di massa e materie prime a basso costo, per soddisfare i bisogni di un solo quinto della popolazione mondiale, è finito per sempre. E’ questa la ragione profonda della crisi che stiamo vivendo. Per uscirne l’Europa deve puntare sull’economia della conoscenza, sulle energie rinnovabili, sulle tecnologie della terza rivoluzione industriale, su un modello sociale che sappia coniugare sicurezza e flessibilità (flexicurity) per essere competitiva in un mondo globalizzato. E deve avere gli strumenti per agire: ci vogliono massicci investimenti su scala europea nei settori di punta, con l’emissione di eurobonds per lanciare i ‘progetti’ per lo sviluppo. Ma i bonds europei sono credibili se c’è un governo europeo dotato di risorse adeguate e con una capacità fiscale diretta. Ciò pone il tema di un bilancio europeo pari ad almeno il 2% del PIL europeo e di una tassazione europea (carbon tax e tassa sui trasferimenti finanziari).

Il terzo problema è quello delle istituzioni europee attuali. Negli ultimi tre anni la politica europea è stata dettata dal duo Merkel-Sarkozy, con uno schema di tipo intergovernativo, che ha umiliato il Parlamento e la Commissione europea. Occorre dire con estrema chiarezza che è proprio questa pseudo-guida dell’Europa la reale causa della crisi perché pretende di risolvere la crisi dei debiti sovrani dettando regole agli altri Paesi, ma senza creare una vera finanza federale, cioè un potere europeo superiore agli Stati. Francia e Germania hanno preferito invece ricorrere ai meccanismi ‘classici’ di salvataggio dei paesi in difficoltà: prestiti del fondo salva-stati subordinati a misure draconiane di tagli della spesa. Il disastro economico, sociale e morale della Grecia dimostra il fallimento di questa politica.

La sinistra europea non può accettare questo stato di cose. E’ innanzitutto una questione di democrazia. Occorre cambiare. Il potere di governo della spesa pubblica (che è oramai sfuggito dal quadro nazionale) ed in generale tutto ciò che si sta costruendo come “governo economico europeo” devono essere legittimati democraticamente. Ciò significa due cose. Primo. Questo potere nuovo deve stare in capo all’istituzione (la Commissione) che può ricevere una legittimazione dal Parlamento tramite l’elezione europea, non ad un direttorio (franco-tedesco) e nemmeno ad un triumvirato (italo-franco-tedesco). Fino a che l’Unione sarà egemonizzata da uno o più Stati non ci sarà un’Europa politica, cioè democratica. Secondo. Occorre che il governo europeo, espressione del voto dei cittadini europei, venga dotato dei poteri necessari per fare quelle politiche che gli Europei hanno chiesto con il loro voto. Ed ecco allora che giungiamo al punto decisivo della questione, quello della responsabilità delle forze politiche.

Cari amici del PD e della sinistra italiana (ed europea): Dipende solo dalle grandi famiglie politiche europee decidere che le prossime elezioni del 2014 diventino per la prima volta delle vere elezioni europee, con programmi europei di governo, con schieramenti europei e con leaders europei che competono per la guida della Commissione. Sarebbe la nascita della democrazia europea. E questo non dipende dai governi, ma solo dai partiti. Qui sta la loro responsabilità.

Occorre allora, già ora, cominciare a costruire un programma europeo di governo.

Il Movimento Federalista Europeo ritiene che il cuore del programma debba essere quello di un piano per uno sviluppo sostenibile per il risanamento, la crescita e l’occupazione. A tal fine il MFE ritiene che sia possibile utilizzare l’art. 11 del Trattato di Lisbona perché 1 milione di cittadini europei chiedano alla Commissione europea un piano per lo sviluppo. La Campagna di raccolta delle firme (in almeno 7 paesi UE) può avere successo se, accanto al MFE, scenderanno in campo le forze politiche, sociali, i movimenti della società civile, per dar vita ad un grande network europeo capace di alimentare, grazie alla Campagna delle firme, un grande dibattito politico sul futuro dell’Europa.

Da qui al 2014 si apre una stagione di lotta per ottenere, con la democrazia, la nascita di un vero governo europeo.

L’Italia europea deve essere in prima linea su questo fronte.

Sta anche al Partito Democratico ed alla sinistra italiana che ciò avvenga.

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