Condanna all’impiccagione

Pollice verso per Saddam

, di Michela Costa

Pollice verso per Saddam

Saddam Hussein sarà giustiziato. Questa è la sentenza emessa la mattina del 5 novembre dall’Alta Corte penale, il tribunale speciale iracheno istituito un anno fa con il mandato di giudicare l’ex rais di Bagdad ed i membri del suo regime.

L’accusa è di crimini contro l’umanità, una delle più gravi imputazioni contemplate dal diritto internazionale. Secondo la procedura prevista dal codice penale iracheno, è automaticamente scattato il ricorso in appello, per cui l’esecuzione sarà momentaneamente rinviata. Gran Bretagna e Stati Uniti esultano, mentre la comunità internazionale si divide sulla sentenza: Amnesty International ha definito il processo “un affare squallido”. Senza dubbio, il verdetto segna la fine di decenni di impunità dell’ex dittatore e dei suoi uomini del partito Baath. Ma è davvero un trionfo della giustizia?

Da anni le organizzazioni per la difesa dei diritti umani denunciano le innumerevoli violazioni e gli abusi subiti dalla popolazione sotto il regime di Saddam Hussein. La sentenza avrebbe effettivamente potuto segnare un importante passo avanti nel cammino della giustizia penale internazionale. Avrebbe potuto. Una lunga serie di obiezioni oscura questa rosea prospettiva: non si tratta unicamente del ricorso alla pena di morte, che l’Unione europea rifiuta e considera elemento di inciviltà e barbarie.

Sin dal principio, il processo all’ex dittatore iracheno si è distinto per una preoccupante disinvoltura nel rispetto degli standard internazionali in materia di diritti dell’imputato e di garanzia di equo processo.

Sin dal principio, il processo all’ex dittatore iracheno si è distinto per una preoccupante disinvoltura nel rispetto degli standard internazionali in materia di diritti dell’imputato e di garanzia di equo processo. Anche se Saddam Hussein fosse stato condannato all’ergastolo, molti dubbi rimarrebbero rispetto alle caratteristiche strutturali del tribunale incaricato di giudicarlo. In questi tempi di voli CIA, di rapimenti di sospetti terroristi e di tribunali militari a Guantanamo, può non essere superfluo ricordare che qualsiasi imputato, anche il più efferato criminale genocida, ha diritto ad alcune garanzie nel corso di un processo. Tra queste rientrano il diritto ad un’udienza equa e pubblica dinanzi ad un tribunale indipendente e imparziale, istituito per legge, così come il diritto ad essere considerato innocente sino a prova contraria.

Il tribunale iracheno è nato con gravi deficit, sotto il segno del sospetto di una forte impronta politica da parte del nuovo governo e della coalizione anglo-americana. Voci autorevoli come Amnesty International hanno protestato per l’assenza, nello Statuto e nel Regolamento di procedura e di prova, di importanti elementi di tutela dei diritti dell’imputato, fra cui il diritto alla presunzione di innocenza o il divieto di tortura ed altri trattamenti umilianti o degradanti. Fra i critici c’è anche Antonio Cassese, uno dei più insigni giuristi internazionali, che ha avanzato dei dubbi riguardo la garanzia di una Corte indipendente e imparziale, un diritto proclamato nella Dichiarazione Universale del 1948 e ribadito da numerosi strumenti internazionali di cui l’Iraq è firmatario.

I giudici dell’Alta Corte penale irachena sono stati infatti scelti dal Consiglio dei Ministri, un organo politico: non proprio una scelta politicamente corretta, in un paese in stato di guerra civile in cui permangono contingenti militari stranieri.

In aggiunta, la competenza del tribunale è alquanto bizzarra. L’Alta Corte penale è stata istituita per condannare i più gravi crimini commessi dal 17 luglio 1968 al 1 maggio 2003, esattamente gli anni del regime del partito Baath, ma non quelli commessi nel dopoguerra, dal maggio 2003 in poi (ad esempio, Abu Ghraib); inoltre, ha competenza a giudicare soltanto gli iracheni o i residenti stabilmente in Iraq (escludendo quindi tutti gli stranieri). Per proseguire con le anomalie, fra i crimini giudicabili rientrano le guerre di aggressione, ma solo contro i paesi arabi (e dunque il Kuwait), mentre restano esclusi i paesi non arabi, come l’Iran.

L’intenzione di evitare accuratamente tutti i temi politicamente scomodi, in cui potrebbero emergere eventuali responsabilità dei paesi occidentali, è più di un sospetto.

L’intenzione di evitare accuratamente tutti i temi politicamente scomodi, in cui potrebbero emergere eventuali responsabilità dei paesi occidentali, è più di un sospetto.

Se anche gli standard di indipendenza della Corte e di equo processo fossero stati scrupolosamente osservati, sarebbe comunque inevitabile chiedersi perché gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il nuovo governo iracheno abbiano scelto di istituire un tribunale speciale interno anziché un tribunale internazionale, come quelli creati dal Consiglio di Sicurezza negli anni ’90 per i massacri commessi nell’ex Jugoslavia o in Ruanda. Non si tratta di un dettaglio irrilevante: da Norimberga in poi, il diritto penale internazionale si è costantemente evoluto, cercando di distaccarsi il più possibile dal modello della giustizia dei vincitori; solo con il riconoscimento della legittimità dei tribunali da parte degli sconfitti si può assicurare la giustizia e porre le basi di un effettivo processo di pacificazione.

In realtà, ottenere consenso politico riguardo all’istituzione delle Corti internazionali non è mai stato un compito facile: a suo tempo persino i tribunali delle Nazioni Unite per l’ex Jugoslavia e il Ruanda sono stati criticati perché creati a posteriori, cioè a fatti già avvenuti, e perché istituiti dal Consiglio di Sicurezza, considerato un organo scarsamente democratico.

Al momento l’unico organismo penale internazionale al di sopra di ogni sospetto, poiché istituito da un patto fra stati sovrani, è la Corte Penale Internazionale (CPI). Saddam, però, non avrebbe potuto essere giudicato in tal sede, perché la giurisdizione della CPI riguarda fatti avvenuti a partire dal primo gennaio 2002 e dunque molti crimini commessi dall’ex rais ne sarebbero stati esclusi. Allora perché non creare una corte speciale, sul modello di quella per la Sierra Leone, composta da giudici interni e internazionali? Questo avrebbe consentito di rassicurare l’opinione pubblica irachena e il mondo arabo riguardo l’intento di svolgere un processo equo, e al tempo stesso di non farsi allettare dalla comoda prospettiva di una giustizia dei vincitori.

Forse è superfluo chiedersi perché non si sia scelta la strada che garantiva una più scrupolosa attinenza alla legalità internazionale: non si può certo dire che il rispetto del diritto internazionale sia stato il filo conduttore del conflitto iracheno. Impossibile, poi, non cogliere la coincidenza fra la condanna di Saddam Hussein e le prossime elezioni per il rinnovo del Congresso negli Stati Uniti. I crimini di Saddam sono evidenti per il mondo intero e la sua condanna dovrebbe essere motivo di esultanza per le vittime del regime e per tutta la comunità internazionale; eppure, la sentenza del 5 novembre ha un sapore amaro.

Non è sufficiente che l’Unione europea protesti per il ricorso alla pena capitale: troppi i lati oscuri e le zone d’ombra dell’intero processo, le cui conseguenze politiche potrebbero insanguinare le pagine di cronaca nei giorni a venire. È presto per tirare un sospiro di sollievo e rallegrarci perché “giustizia è stata fatta”.

Fonte immagine Flickr

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