Attenzione al revisionismo storico della narrazione nazionale

, di Madelaine Pitt, tradotto da Sara Pasciuto

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Attenzione al revisionismo storico della narrazione nazionale
Un giovane tiene in alto una grande Union Jack nella gran folla di persone riunite a Londra per ascoltare il discorso della vittoria di Winston Churchill. Foto: Ministry of Information Photo Division Photographer

Sono l’unica ad essersi sentita a disagio durante le celebrazioni nazional-centriche della Giornata della vittoria in Europa? Da testimone quasi involontaria dei festeggiamenti del settantacinquesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale (è stata la mia prima Giornata della vittoria in Europa in Gran Bretagna in ben cinque anni, grazie a una combinazione di vita all’estero, per la maggior parte, e ora un qualcosa come una pandemia), l’impressione generale è che questa sia stata un’occasione per dare slancio vitale ad una narrativa nazionale esclusiva (come se ne avesse avuto bisogno). Non per fare la guastafeste di tutti i tea party socialmente distanziati, ma in uno scenario ancora peggiore parliamo essenzialmente di revisionismo storico.

Distese di Union Jack svolazzanti, interminabili file di bandierine (ordinate su Amazon? O ne tengono tutti delle scorte in soffitta?) e il motivetto di «Land of Hope and Glory» proveniente da milioni di salotti con la TV accesa: tutto questo mi ha messa a disagio, mentre sembra aver acceso il patriottismo dei miei concittadini. Una bandiera nazionale è davvero il miglior simbolo che ci viene in mente per commemorare la fine di una guerra globale in cui milioni e milioni di uomini e donne di tutto il pianeta hanno perso la vita?

Certo, la Gran Bretagna è stata un attore chiave nel porre fine alla guerra, ed è importante ricordare il coraggio e il sacrificio di coloro che hanno contribuito allo sforzo bellico inglese. Ma non è meno importante rendere omaggio alla generazione dei nostri nonni e bisnonni ovunque vivessero, per le difficoltà, la paura e il dolore che hanno sopportato durante quel periodo. Trovo anche che ci sia una forte ironia nel brandire la sgargiante trama rossa, bianca e blu per celebrare la sconfitta della tirannia di Hitler in un momento in cui l’Impero britannico esercitava ancora la propria forma di tirannia in molti dei Paesi che aveva invaso secoli prima.

Descrivere «gli inglesi» come i vincitori esclusivi di una guerra è insensato così come lo è l’uso improprio e reiterato del termine «i tedeschi» per riferirsi ai nazisti e ai poteri dell’Asse. Oltre all’errore di ortografia di «contribuito» e al fatto che gli emoji di oggi non consentono una rappresentazione storicamente accurata delle nazioni nel 1945, ho apprezzato il riconoscimento dell’ex eurodeputato Anthony Hook, che ha affermato nel suo tweet che sconfiggere Hitler è stato uno sforzo collettivo di molti Paesi diversi:

Parte del pericolo delle narrazioni nazionali è che possiamo far loro raccontare tutto ciò che vogliamo. Il tweet di seguito è di una giornalista del Times, un giornale londinese, che spiega alcune delle mancate corrispondenze nelle percezioni globali della fine della guerra (e spiega anche molte delle recenti discussioni avvenute tra una mia amica inglese e il suo ragazzo francese):

Questo sondaggio mette a nudo l’inutilità di fingere di aver agito e di poter agire da soli; e a quanto pare altri Paesi possono fare esattamente lo stesso. Alla fine, cosa stiamo davvero celebrando? Una vittoria militare nazionale o la fine della guerra? Cosa stiamo davvero celebrando tra la gloria della rilevanza internazionale e la pace raggiunta [insieme]? Cosa riteniamo più degno delle nostre celebrazioni: gonfiare una narrazione nazionale o rendere irripetibili gli orrori della guerra tra le nazioni europee? La Giornata della vittoria in Europa e la Giornata dell’Europa cadono entrambe nell’arco delle stesse 48 ore e sono per la maggior parte concepite come eventi separati, la prima con una copertura notevolmente maggiore rispetto alla seconda. Tuttavia, se vogliamo celebrare la pace, queste dovrebbero essere due facce della stessa medaglia.

Nelle celebrazioni della Giornata della vittoria in Europa, il ruolo del progetto europeo viene facilmente dimenticato, soprattutto dai populisti. Tuttavia, i membri fondatori della Comunità europea del carbone e dell’acciaio ebbero bisogno di coraggio e umiltà per condividere queste due risorse chiave, simboli della sovranità nazionale. La dichiarazione Schuman del 9 maggio di 70 anni fa fu l’inizio del riconoscimento sul piano istituzionale del fatto che la pace come obiettivo comune è più importante della gelosa protezione delle proprie ricchezze per il gusto di farlo. Coloro che si sono mostrati così desiderosi di celebrare la fine della guerra con le bandiere nazionali - tra cui Marine Le Pen che l’8 maggio ha sfoggiato una bandiera francese e delle ghirlande di fiori - dovrebbero essere pronti a celebrare anche l’assenza della guerra.

È il progetto europeo che ha portato all’attuale inimmaginabilità della guerra nel nostro continente nel giro di un paio di generazioni. Il fratello dell’anziano vicino dei miei genitori è sepolto in Germania, io studio lì. I populisti che utilizzano e promuovono le narrazioni nazionali del periodo bellico minano le conquiste dell’Europa e rischiano di lacerarla di nuovo. Dobbiamo ricordare che, nel 1945, non abbiamo sconfitto una nazione, ma il nazionalismo. Se non si riescono a distinguere questi due concetti, cresce il pericolo di tornare a tempi più bui.

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