La decivilizzazione
Con lo smantellamento trumpiano dell’ordine internazionale sono il nazionalismo competitivo ed il protezionismo a segnare il passo in un mondo in conflitto. Non stiamo vivendo tanto i pericoli di una “deglobalizzazione”, ma è in corso quella che Horkheimer chiama “de-civilizzazione”, in cui l’individualizzazione da fattore di progresso è divenuta un elemento di reazione (siamo passati dall’autonomia all’autoritarismo) e stiamo vivendo un nuovo imbarbarimento: si è invertito il processo che aveva portato i contadini francesi a diventare “cittadini” e gli immigrati a diventare “americani”. La globalizzazione ha determinato uno spostamento dei confini tra società civile, nuovi soggetti sociali e stato. Numerosi attori hanno acquisito una crescente libertà di azione rispetto al potere regolatore delle istituzioni, condizione che pone il problema di ristabilire la supremazia della politica sul piano sovranazionale.
Tra luci e ombre
Per rispondere ai limiti della politica nazionale si sono sviluppate milioni di organizzazioni non governative nel mondo, una nuova società civile cruciale nella mobilitazione dell’opinione pubblica. La fine delle grandi utopie e delle ideologie non è altro che una profezia che si è autoavverata, fomentata da uno scetticismo post-moderno che nasconde in realtà una volontà conservatrice. Dopo l’ultima rivoluzione tecnologica, le vecchie forme di organizzazione politica risultano obsolete. Il fatto centrale della globalizzazione è che la condizione dei cittadini di uno stato-nazione è ormai fuori del controllo delle leggi di quel paese. Oggi più che mai è valido lo slogan: “no globalization without representation”. Si tratta di una sintesi del “catastrofismo emancipativo”, cioè che minacce universali richiedono diritti, doveri e istituzioni universali.
Un mondo multipolare
Nel XXI secolo non esistono più due superpotenze, ma un gruppo di medie potenze in competizione. In un sistema multipolare non è possibile un equilibrio del terrore e il rischio di conflitti convenzionali o nucleari non è da escludere. L’obiettivo fondamentale del prossimo futuro sarà trovare le modalità per una “coesistenza pacifica” su cui pensare la riforma delle Nazioni Unite, per dare finalmente un ordine alle relazioni internazionali ed evitare la catastrofe ecologica. Come vediamo dai modesti passi avanti fatti dalle COP sul clima, o dall’incapacità di rinegoziare le disparità di ricchezza e di costruire una pace globale stabile, siamo ancora lontani da questo risultato. Il nostro è un dramma politico da risolvere prima di finire sottomessi a nuove sfere di influenza: servono delle istituzioni per garantire democrazia e redistribuzione delle risorse.
Una rivoluzione copernicana
Non si può più immaginare di governare l’attualità attraverso i singoli stati nazionali o con il tecnicismo di una “global governance”, ma si deve pretendere che vengano ripoliticizzate aree crescenti della globalizzazione e della modernità. Occorre ripensare il ruolo stesso dello stato, cosmopolitizzandolo (cioè favorendo le integrazioni regionali per far riacquistare sovranità ai cittadini) e rivoluzionando la nostra idea di democrazia, riflettendo sui processi multilivello rappresentativi, deliberativi e partecipativi. Le urgenze planetarie richiedono azioni a livello mondiale la cui realizzazione non può attendere che ovunque si affermi la democrazia. Per pacificare il mondo bisogna accettare il principio della convivenza di forme diverse di cultura e di regime politico-sociale. L’interesse della sopravvivenza della specie umana deve prevalere garantendo, nel breve-medio periodo, la convivenza delle diversità. Nel lungo periodo (di cui si può parlare solo se avremo un domani) si può aspirare alla competizione pacifica tra modelli.
Che fare?
La via d’uscita, per un pianeta davanti al pericolo del collasso, deve essere quella di assecondare le forze centripete della planetarizzazione. Gli imperi sono nella storia le grandi organizzazioni che hanno saputo tenere insieme vaste aree geografiche e culture tra loro diverse. Oggi sono una delle forme di dominio sovranazionale. Il federalismo è la vera alternativa, è la dottrina politica che garantisce la libertà e la sovranazionalità senza il dominio imperiale. È il modello rappresentato dall’esperienza in fieri di unificazione europea. Ovunque vi sia l’opportunità, occorre coglierla per portare nel dibattito pubblico l’idea di regolamentare i rapporti tra umanità, tecnologia e natura, superando il dogma della sovranità nazionale. Non c’è niente di utopico, qualunque strutturazione che ci pare naturale non è altro che storica. Come ha giustamente affermato Altiero Spinelli: “Nella storia della civiltà il bene comune è stato, di volta in volta, la città-stato, l’impero, la classe, la nazione. Ci troviamo alle soglie di un’epoca in cui il bene comune può finalmente essere concepito come quello dell’umanità intera”.
L’Europa e il mondo
Fuori dall’Ue il pianeta è ancora governato in modo imperiale e la violenza in politica estera è uno strumento utile a ovviare al consenso interno o a risolvere le dispute internazionali. L’Europa è una zona d’eccezione: l’unica forma di organizzazione geopolitica che continua ad allargarsi per consenso e non per conflitti. L’Unione, nonostante tutti i suoi limiti, è il più potente ammortizzatore contro le forze della globalizzazione che esiste nel mondo. Eppure, tutti coloro che vogliono attaccarla lo fanno nel mito di una memoria divisa: l’idea di poter tornare ai vecchi stati nazionali. Possiamo continuare a replicare il rassicurante mito in cui siamo innocenti e con poche responsabilità. Oppure accettiamo la storia secondo cui gli europei hanno sfruttato le risorse del mondo per mezzo millennio, hanno creato qualcosa di mai visto nella seconda metà del XX secolo e ora devono contribuire alla scelta di come andranno le cose nel XXI. In potenza gli europei sono qualcosa di più dei loro miti, ma la crisi in cui vertono non permette loro di vedere la forza di un esempio al servizio di tutti, un ideale capace di agire nel futuro per sviluppare una nuova speranza nei contemporanei.
L’urgenza di fare l’Europa
Il completamento dell’unione politica nel Vecchio Continente sarebbe un modello di convivenza pacifica che potrebbe offrire una forma di governo per una planetarizzazione sostenibile, capace di superare i limiti del multiculturalismo e del cosmopolitismo astratto. Un’idea dell’identità aperta, multilivello, fondata sulla capacità di assimilare il conflitto in una dialettica democratica caratterizzata dal dialogo. Non si tratta semplicemente della somma dei singoli nazionalismi, ma di un valore aggiunto basato sull’umanizzazione delle relazioni tra uomini e tra istituzioni. Interculturalismo, democrazia, pluralismo, federalismo ed Europa stessa devono essere intesi allora come processi di conquista da parte della società e non come un qualcosa di dato o immobile. Un quadro di civiltà e un obiettivo specifico da realizzare entro cui contestualizzare le singole lotte politiche contingenti. Solo così l’Europa smetterà di essere “qualcosa” e diventerà “qualcuno” per gli europei e per il mondo. Non si tratta di “cedere la sovranità”, ma di recuperarla.
L’europeismo non basta
Non ha successo la narrazione utilitarista di “Europa-bancomat” e da anni il campo identitario è occupato dal solo nazionalpopulismo, mentre la narrazione funzionalista non è convincente. Per tenere aperta la finestra storica del progetto europeo, è determinante recuperare il consenso dei cittadini. Assistiamo al consolidarsi di una doppia competizione politica nazionale e sovranazionale in cui quasi tutte le forze politiche si definiscono “europeiste”, il termine stesso ha ormai perso di significato. L’Europa di oggi ha così smarrito la propria idealità perché non è più “una promessa”, ma spesso un capro espiatorio dei danni della politica nazionale. Ha un suo potere, ma non funziona dove servirebbe di più: nella politica economica, estera e di difesa. Di fatto, senza strumenti per agire, l’Unione rischia di uscire dalla storia una crisi alla volta.
Che cosa serve? Un bilancio e una difesa
Per uscire dal campo dell’utopia l’Europa dovrà da subito promuovere politiche efficaci e d’impatto. Per finanziare un bilancio europeo adeguato sarà necessario completare quanto prima l’unione bancaria e del mercato dei capitali, individuare nuove risorse proprie dotandosi di un’autonoma capacità fiscale, e consentire all’Unione l’emissione permanente di propri titoli di debito con l’obiettivo di offrire ai mercati un safe asset europeo. Solo così si potrà governare la transizione ecologica, salvare il welfare e le politiche di inclusione. D’altra parte, il fattore tempo sul piano dell’integrazione è fondamentale: il fallimento nella realizzazione di avanzamenti immediati sul piano dell’autonomia strategica o dell’allargamento potrebbe in prospettiva innescare ulteriori fattori disgregativi difficilmente governabili. Occorre una politica estera e di difesa europea con l’obiettivo di costruire la pace e ridurre le diverse motivazioni mondiali di conflitto. Questa è la doppia faccia di quello che deve essere l’Europa: da un lato, avere la forza di imporre anche la sua voce nel coro che forma il dialogo della globalizzazione multipolare; dall’altro, fornire col suo esempio una possibilità alternativa allo scenario imperiale.
Che cosa serve? Una riforma istituzionale
L’Unione non è però ancora la Federazione immaginata a Ventotene. Attualmente si presenta come un ordine normativo postnazionale emergente, uno spazio decisionale transnazionale in evoluzione. Le idee necessitano di istituzioni per avere una realizzabilità storica, ma è impossibile mantenere delle istituzioni senza delle solide politiche. Il Next Generation EU è stato un passi avanti storico, ma insufficiente. Per non arrestare il processo in corso si dovrà agire nell’immediato consolidamento di una sovranità degli europei. Serve una vera unione politica federale, attraverso una riforma istituzionale e costituzionale, come per altro richiesto più volte anche dal Parlamento europeo. Già Albertini aveva rilevato come gli stati nazionali acquisissero forza grazie all’integrazione e con essa, paradossalmente, l’illusione di essere ancora degli attori in grado di intervenire con efficacia nella politica nazionale/internazionale. La situazione si è aggravata perché, dopo più di dieci anni di crisi ininterrotta, i governi attraverso il Consiglio hanno intrappolato l’Unione nell’immobilismo dei veti incrociati.
Conclusioni
In molti penseranno che questa idea assomigli a un sogno più che ad un’iniziativa realizzabile. Ma la vera utopia sarebbe credere che il mondo si possa cambiare da solo o che a risolvere i problemi di un presente senza confini sia il ritorno delle frontiere, della guerra e dell’odio xenofobo. Oggi “la verità è semplice, la realtà è complessa”: non è più accettabile la viltà autoassolutoria di chi vuole la semplice conservazione del presente. L’impegno politico è la capacità di rendere reale l’ideale. Le persone sono stanche della tecnicizzazione, di essere trattate come bestie incapaci di sognare un domani possibile che finalmente non sia più “ieri”. In tanti oggi dicono, come Metternich fece per l’Italia nel 1847, che l’Europa è “solo un’espressione geografica”. Dobbiamo reagire, non possiamo arrenderci a perdere il futuro, la speranza e la libertà. La Resistenza del mondo all’imperialismo comincia da noi.

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