«Come proclama il nostro motto, la vostra energia sarà davvero l’energia di tutti. Il vostro esempio e il vostro messaggio di pace saranno visti, ascoltati e condivisi in tutto il mondo». Così si esprimeva Giovanni Malagò, ex presidente del CONI e oggi alla guida della Fondazione Milano-Cortina 2026, rivolgendosi agli atleti appena una settimana fa, nel corso della cerimonia di apertura dei XXV Giochi olimpici invernali.
Non solo eccellenza, amicizia e rispetto, dunque. Ai valori tradizionalmente associati alle Olimpiadi si è affiancato, in questa edizione, un appello alla pace più esplicito e rafforzato, che richiama direttamente la visione del barone Pierre de Coubertin, ideatore dei Giochi olimpici moderni. Per de Coubertin, avvicinare i Paesi del mondo attraverso un evento sportivo aperto a tutti, senza distinzioni né discriminazioni, avrebbe potuto rappresentare un’occasione concreta per sospendere guerre e conflitti.
La storia, però, non ha sempre seguito questo auspicio. Anche oggi, nonostante i reiterati appelli alla tregua olimpica da parte di numerosi leader mondiali, i quasi sessanta conflitti armati in corso sul pianeta non conoscono pause, nemmeno quando coinvolgono Paesi partecipanti ai Giochi. E il messaggio di pace tanto decantato non pare nemmeno essere pienamente garantito all’interno dello stesso evento.
È ormai nota la vicenda che ha coinvolto lo slittinista ucraino Vladyslav Heraskevych, pronto a gareggiare con un casco raffigurante alcuni suoi amici atleti, morti a causa della guerra scatenata dall’invasione russa quattro anni fa. Un casco già utilizzato in passato dall’atleta, sia per commemorare le vittime del conflitto - in particolare quelle a lui più vicine - sia per mantenere alta l’attenzione su un tema divenuto, negli ultimi mesi, sempre più sensibile.
Secondo il Comitato Olimpico Internazionale (CIO), l’organizzazione madre dei Giochi cui rispondono i comitati nazionali - CONI compreso - non si trattava di un simbolo di pace, bensì di un messaggio politico e propagandistico, vietato dall’articolo 50 della Carta Olimpica. Il CIO ha quindi impedito a Heraskevych di gareggiare con quel casco. L’atleta ha scelto di ignorare il divieto, accettando la squalifica pur di non rinunciare al suo gesto, convinto – nello spirito olimpico più autentico – che vi siano cose più importanti di una medaglia.
Gli atleti ucraini di slittino hanno espresso pubblicamente la loro solidarietà. Inginocchiandosi, con i caschi sollevati, hanno ricordato il celebre gesto di Tommie Smith e John Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, quando sul podio alzarono il pugno guantato di nero, simbolo del Black Power.
Per il CIO, dunque, il confine tra messaggio di pace e propaganda appare indistinguibile. Eppure, da un’organizzazione di questo livello ci si aspetterebbe maggiore lucidità, non stiamo parlando della Rai. Il riferimento non è casuale. Sempre alla cerimonia di apertura, si è esibito allo stadio di San Siro uno degli artisti più noti di Milano, città ospitante di questi Giochi olimpici: Ghali. All’annuncio, è scoppiato il panico tra gli addetti ai lavori radiotelevisivi, essendo Ghali lo stesso cantante che in eurovisione al Festival di Sanremo del 2024 ebbe «l’audacia» di pronunciare le parole «stop al genocidio», in riferimento al massacro del popolo palestinese a opera dell’esercito israeliano ripreso con forza nel tardo 2023.
Non parole d’odio, né di discriminazione o violenza. Eppure, tanto bastò per sollevare l’indignazione di parte della comunità ebraica italiana, dell’allora ambasciatore israeliano e dell’amministratore delegato della Rai Roberto Sergio, che fece leggere un comunicato di «sentita e convinta solidarietà al popolo di Israele e alla comunità ebraica» durante la trasmissione Domenica In.
Anche il Governo italiano, che malgrado la pronuncia dell’ONU ancora fatica a definire genocidio quello operato da Israele, data la storica amicizia con Tel Aviv, ha temuto che Ghali potesse esprimersi nuovamente con quelle parole di pace così dure da digerire. Il Ministro dello sport Andrea Abodi ha rassicurato i colleghi, dicendo che alle Olimpiadi il pensiero di Ghali su Gaza non sarebbe stato espresso e che il Paese avrebbe dovuto «reggere l’urto» delle sue parole. Alla fine, le parole di Ghali all’evento di apertura delle Olimpiadi sono state quelle di Gianni Rodari, più precisamente quelle della poesia «Promemoria», famosa per il verso «ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, la guerra». Nessun membro del Governo si è espresso a riguardo, e l’impresentabile direttore di RaiSport Paolo Petrecca - autoappropriatosi del commento della cerimonia - ha evitato accuratamente di pronunciare il nome dell’artista per tutta l’esibizione.
Bisogna scendere molto più in basso nella scala della visibilità per trovare chi, durante questi Giochi, ha voluto esprimere apertamente solidarietà al popolo palestinese. Supporto, non propaganda, né odio, discriminazione o violenza. Si tratta di Ali Mohamed Hassan, impiegato in un official store olimpico di Cortina.
In un video diffuso sui social, al ragazzo, addetto alla cassa, viene chiesto in maniera provocatoria di ripetere cosa abbia appena detto. «Free Palestine» risponde pacatamente Hassan, mentre si vedono due persone avvolte in una bandiera israeliana abbandonare il negozio. «Alle olimpiadi tutti i Paesi sono liberi di partecipare» replica in inglese l’autrice del video al commesso. Un’affermazione discutibile, se si considera il doppio standard che consente alle delegazioni israeliane di gareggiare anche in presenza di evidenti legami degli atleti con esercito e Governo, mentre quelle russe sono state bandite per il conflitto nel Donbass. Hassan non si oppone, ripete «sì, ma free Palestine».
“Siamo a conoscenza di un incidente che si è verificato al Cortina Sliding Centre e che ha coinvolto un addetto alla vendita e un visitatore”, hanno affermato in una nota gli organizzatori dei Giochi, facendo riferimento all’episodio dello store. “Le persone coinvolte sono state rassicurate e l’individuo interessato è stato rimosso dal turno di lavoro”.
La giustificazione è la stessa già adottata nel caso Heraskevych, come per gli atleti, non è appropriato che personale o collaboratori dei Giochi esprimano opinioni politiche durante lo svolgimento delle loro mansioni. Ma quando le parole di pace - in questo caso intesa come libertà per un popolo - diventano propaganda? E soprattutto, l’opinione politica, quando non offensiva né lesiva di diritti altrui, non è forse una libertà che ha contribuito in larga parte del mondo a costruire democrazia e pace?
Mancano ancora alcuni giorni alla conclusione dei Giochi olimpici, cui seguiranno quelli paralimpici. Eppure, queste due vicende sono già sufficienti a mettere in discussione il principio che ne ha inaugurato lo svolgimento. Non sembrano Giochi portatori di pace, ma di neutralità forzata, di sospensione della realtà, di una finzione secondo cui, in questo momento storico, andrebbe tutto bene. Così non è, e non sfruttare un evento che coinvolge il mondo intero per ricordarlo rappresenta uno spreco enorme. Il sospetto che de Coubertin non ne sarebbe stato felice è tutt’altro che infondato.

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