Cosa vuol dire guidare l’innovazione? Cosa vuol dire farlo con le infrastrutture?

Dirigere l’innovazione, la sfida dell’Unione

, di Davide Emanuele Iannace

Dirigere l'innovazione, la sfida dell'Unione
Photo by Devon Rogers on Unsplash

Innovazione e ricerca sono diventate parole cardine nel vocabolario oramai dell’attore medio operante nel mondo contemporaneo (Lenihan et al., 2019). Se ne parla, in lungo e in largo, tanto dentro i bandi che dentro le call for action, che nei programmi di sviluppo delle organizzazioni internazionali. Termini divenuti oramai comuni e diffusi, innovazione può voler dire molto, e a volte anche niente.

Per l’Unione Europea, l’innovazione può essere definita come “‘innovation’ means the process, including its outcome, by which new ideas respond to societal or economic demand and generate new products, services or business and organisational models that are successfully introduced into an existing market or that are able to create new markets;” (Unione Europea, 2008). Vuol dire, di fatto, intendere l’innovazione come uno sforzo verso una serie di processi innescati sia da privati che da attori pubblici nel produrre conoscenza che ha però un impatto reale nel modificare aspetti solidi della realtà umana come il mercato e la vita quotidiana.

L’innovazione, nell’UE, ha subito una serie considerevole di spinte che si è realizzata in una serie di tentativi istituzionali come, ad esempio, la creazione di una European Research Area, di un collegato European Research Council e, ancora di più, di un sistema che trova alla sua base la creazione delle infrastrutture della ricerca nella forma dell’ESFRI, un tentativo – i cui esiti si annidano intorno i programmi di Horizon 2020 e di Horizon Europe – di costruire quello che possiamo definire come il futuro delle infrastrutture tecnologiche.

Perché non si può pensare di parlare di innovazione senza considerare ciò che serve per generare l’innovazione stessa, ovvero la crescita delle capacità di uno stato o di un qualsiasi attore di produrre nuova conoscenza (Shim e Shin, 2022), che richiede tanto il personale specializzato ad hoc, proveniente da istituti capaci di produrre conoscenza – alias, le università e i centri specializzati (Shim e Shin, 2022) – che allo stesso tempo, di mettere al servizio degli esperti sia i fondi che, di per sé, le strutture necessarie. Non è possibile mappare le stelle senza un telescopio adeguatamente potente, né tanto meno combattere il COVID senza i necessari laboratori per dissezionarlo e analizzarlo.

L’ESFRI è, di fatto, la risposta europea alla mancanza di infrastrutture, o alla loro potenziale mancanza. La roadmap che, anno dopo anno, traccia la rotta di questa entità ci disegna un insieme molto ampio di progetti che l’Unione ha iniziato a finanziare, finanzia o finanzierà, che rappresentano l’eccellenza, i punti di svolta e il potenziale necessario a sbloccare, dare linfa vitale, alla ricerca europea. Il piano disegnato nero su bianco nei report annuali di questa compagine della Commissione Europea.

Cos’è ESFRI? Essenzialmente, è il forum dove gli stati componenti e affiliati all’ERA si riuniscono per decidere in maniera coerente che approccio di policy making mantenere verso lo sviluppo delle infrastrutture necessarie alla ricerca europea. L’European Strategy Forum on Research Infrastructure ha, ad oggi, localizzato 22 progetti eccellenti e 41 landmark in tutta Europa, strutture e strumenti necessari a garantire – in un periodo di tempo che va dai prossimi 5 ai prossimi 45 anni – il successo delle ricerche di frontiera, più sperimentali e più importanti dell’Unione.

Il COVID ha messo bene in luce, come abbiamo affermato anche su Eurobull, che vi sono dei limiti all’azione – di policy making ma anche di risposta tecnica-burocratica – che gli stati possono dare ai problemi di natura globale. Allo stesso tempo, iniziative come la COP26 di Glasgow hanno messo in luce la necessità di approcci globali, più che comunitari, ai problemi a loro volta localizzati su scala globale – come quello della crisi energetica. Molte delle soluzioni spesso proposte e predisposte per combattere l’innalzamento delle temperature, tra i tanti, rimangono ancorate non solo a strutture economico-sociali che sono radicate nella contemporanea società umana globalizzata (1992), ma che appaiono come palliativi di un problema le cui radici sono ben tese e affondate nelle strutture di produzione, nelle strutture industriali e di accumulazione della ricchezza che si sono diffuse sempre di più nel mondo.

Per questo che, sotto una certa luce, il lavoro svolto dall’ESFRI e dai suoi landmark appare, ancora di più, fondamentale. I progetti inseriti nella Roadmap 2021 non sono esclusivamente super-penta computer, futuri reattori a fissione nucleare modulari e simili, ma anche interventi massicci nell’ambito alimentare, della tutela della salute e delle scienze umane in largo senso.

SHARE ERIC, per esempio, è il landmark del progetto che si concentra sul raccogliere informazione in ambito medico nelle fasce di popolazione più anziane, rendendo disponibile a ricercatori e governo un ampio dataset, in formato open e accessibile, per svolgere le più diverse analisi. CLARIN ERIC, allo stesso modo, compie un lavoro di catalogazione in seno ai rapporti parlamentari di tutti gli stati membri, ampliando la loro trasparenza ma rendendo possibili nuovi studi transnazionali di comparazione e analisi delle best practice e delle politiche pubbliche.

Sono tanti e vari i progetti inseriti e parlarne richiederebbe spazi più ampi e diversi, anche di analisi critica. Quello che si vuole mettere in luce qui è che tali progetti non sarebbero possibili senza la necessaria transnazionalità dei membri e del loro operato. Molti dei progetti eccellenti e dei landmark partono da iniziative altre, che trovano però sotto l’ombrello di ESFRI la possibilità di ottenere le risorse materiali e comunicative necessarie a imporsi sul panorama.

I progetti che sono elencati nella roadmap sono, per lo più, a lungo termine. Il progetto dedicato alla fusione nucleare parla di produzione solo nel lontano 2035, ben lontano dagli obiettivi a breve termine per esempio necessario a combattere l’aumento delle temperature globali. Eppure, ciò che è in ESFRI è quel cambiamento che sarà poi necessario per garantire, davvero a lungo termine, la sostenibilità di quanto oggi si propugna sui forum e negli incontri ufficiali tra governi.

L’innovazione su larga scala, radicale, è quella che permette di cambiare i sistemi di produzione in maniera davvero radicale e che consente di fare passi in avanti e non, piuttosto, indietro. Allo stesso tempo, è impensabile lo sviluppo di tali conoscenze a lungo termine senza l’accompagnamento di pratiche sociali palliative (Veugelers et al., 2015) che permettano di rendere più sostenibile il già contemporaneo modello di sviluppo. Allo stato attuale di cose, nel 2050 la situazione potrebbe di per sé già essere insostenibile ed irrecuperabile.

Ma è il modello di sviluppo propugnato dall’Unione, anche tramite l’ESFRI, capace di dare i suoi frutti? Su questo bisognerà ragionare ancora, perché l’innovazione è fatta tanto dei progetti che realizzano successi e di quelli che, invece, diventano fallimenti. Perché, di fatto, nell’epistemologia della scienza nulla è davvero uno scarto (Tennis, 2008) e il fallimento di oggi è solo, probabilmente, un nuovo modo di approcciare la materia un domani.

Le risorse a disposizione dell’Unione e dei suoi membri rendono più sopportabile dal punto di vista finanziario la chiusura di interi progetti una volta esaurito il loro ciclo vita. Allo stesso tempo, garantisce una maggiore circolazione di know-how tra i paesi membri e le rispettive istituzioni di ricerca, necessario – come un programma come il CERN ha dimostrato – per arrivare ai risultati migliori a lungo termine.

Eppure, tale modello di sviluppo potrebbe avere dei limiti. Come scindere la componente nazionale della ricerca dalla spinta comunitaria? Nel momento in cui la ricerca e l’innovazione vengono posti come soluzioni nazionali per la risoluzione di problematiche anche di policy, come rendere tali soluzioni una policy europea.

Bibliografia parziale

Beck, U. 1992. Risk Society: Towards a New Modernity. London, Sage Publishing.

Lenihan, H.,McGuirk, H., Murphy K.R. 2019. Driving innovation: public policy and human capital. Research Policy, Volume 48, Issue 9, November 2019: https://doi.org/10.1016/j.respol.2019.04.015

Shim, H., Shin, K. 2022. Empirical Analysis of Evidence-Based Policymaking in R&D Programmes. Sustainability 2022, 14, 311. https://doi.org/10.3390/su14010311

Tennis, J. T. 2008. Epistemology, Theory, and Methodology in Knowledge Organization: Toward a Classification, Metatheory, and Research Framework. In Knowledge Organization. 35(2/3): 102-112: https://faculty.washington.edu/jtennis/Publications_files/Tennis2008KOEpist.pdf

Unione Europea. 2008. Regolamento della Commissione Europea N. 294/2008 del Parlamento Europeo e del Consiglio, 11 marzo 2008, fondazione dell’Istituto Europeo dell’Innovazione e della Tecnologia

Veugelers, R., Cincera, M., Frietsch, R. et al. 2015. The Impact of Horizon 2020 on Innovation in Europe. Intereconomics 50, 4–30, 2015: https://doi.org/10.1007/s10272-015-0521-7

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