È ancora la Polonia di Duda, il sovranista più potente dell’Est

, di Cesare Ceccato

Tutte le versioni di questo articolo: [English] [italiano]

È ancora la Polonia di Duda, il sovranista più potente dell'Est

Alle scorse elezioni presidenziali, il popolo polacco ha scelto di confermare il sovranista Andrzej Duda come capo di Stato. Uno smacco per gli europeisti e, viste le battaglie intraprese nell’ultimo quinquennio dal partito che Duda rappresenta, per i sostenitori dello stato di diritto. Oggi come non mai, la Polonia, come alcuni altri Paesi dell’Est, potrebbe decidere il futuro del processo di integrazione europea, nel bene o nel male.

La storia, in Polonia, non è cambiata. Come cinque anni fa, è stato un ballottaggio a determinare la guida del Paese. Come cinque anni fa, è stato uno scarto di poco più di quattrocentomila voti a far prevalere alle elezioni presidenziali l’euroscettico Andrzej Duda, esponente del partito Diritto e Giustizia (PiS), su un avversario del partito Piattaforma Civica (PO), stavolta non l’ex Presidente Bronisław Komorowski, ma il sindaco di Varsavia Rafał Trzaskowski. Uno smacco per gli europeisti, considerato che il Gruppo di Visegrad, il club con posizioni critiche verso l’Unione, comprendente anche Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, sarà presieduto fino a giugno 2021 proprio dal Presidente polacco.

Facciamo un passo indietro: chi è Andrzej Duda? Quarantottenne, laureato in giurisprudenza, da sempre vicino all’ambiente cattolico. All’interno del PiS, scala velocemente le gerarchie, ricoprendo prima la carica di Segretario di Stato sotto il presidente Lech Kaczyński, poi venendo candidato alle elezioni europee, cui risulta eletto. Rimane a Bruxelles poco più di un anno, nel 2015 lascia il suo seggio a seguito dell’elezione a Presidente della Polonia. Un’escalation straordinariamente veloce che trova motivazione nelle battaglie sostenute da Duda, prima su tutte quella a difesa dello zloty polacco che caratterizza la sua prima campagna elettorale nella rincorsa alla poltrona presidenziale. La difesa della famiglia tradizionale è un altro chiodo fisso del Presidente, contrario all’aborto, che, tra l’altro, in Polonia è ammesso solo in caso di stupro, incesto, se la vita della madre è a rischio o se il feto presenta gravi malformazioni, all’educazione sessuale a scuola, tanto da sostenere un disegno di legge volto a penalizzare la promozione del sesso tra minorenni, e convinto che l’omosessualità non sia altro che un’ideologia, a detta sua, più pericolosa di quella comunista.

Non si può certo dire che Duda, come l’intero PiS, guardi al futuro, ma non è quest’ultimo aspetto il più preoccupante. Con questo personaggio alla guida del Paese, lo stato di diritto in Polonia è a rischio. Già a dicembre del 2015, pochi mesi dopo la sua prima elezione, Duda pose la firma su una legge di riforma del tribunale costituzionale che lo indeboliva fortemente nel ruolo di controllo sull’attività del Governo. Non passò molto che anche gli organi di stampa furono colpiti; una nuova legge stabilì come i dirigenti della radio e della televisione pubblica sarebbero stati posti sotto la supervisione del Ministero del tesoro, che avrebbe potuto nominarli e licenziarli. Tale riforma fece precipitare la Polonia nella graduatoria globale della libertà di stampa, compilata da “Reporter senza frontiere”, in quattro anni dal diciottesimo al cinquantanovesimo posto. La più grande sfida ai valori dello stato di diritto è rappresentata dalla, tutt’ora in atto, riforma della magistratura; nel 2019, per via della decisione assunta dal Parlamento per cui i giudici ordinari avrebbero potuto essere oggetto di indagini, procedimenti e sanzioni disciplinari sulla base del contenuto delle loro decisioni giudiziarie, nei confronti della Polonia fu avviata una procedura di infrazione della Commissione Europea, ma il PiS non si diede per vinto. A gennaio fu approvata, con i voti del partito di Duda, l’ennesima stoccata ai giudici che, ora, possono essere multati, degradati o licenziati per decisione del Ministero della Giustizia qualora siano ritenuti critici verso la maggioranza liberamente eletta, non sono liberi di criticare le scelte dei loro colleghi e non possono essere attivi in politica.

Sia perché, dopo la fuoriuscita del Regno Unito, la Polonia è diventata il quinto Stato per popolazione nell’Unione Europea e può contare su ben cinquantadue rappresentanti al Parlamento Europeo, sia perché si tratta della prima economia dell’Est Europa, la conferma di Duda e, di conseguenza, l’appoggio dei polacchi alle politiche messe in pratica dal PiS, scalda gli animi dei sovranisti del già citato Gruppo di Visegrad e non solo. Uno dei primi a porgere le congratulazioni per la rielezione a Duda, è stato il leader ungherese Viktor Orbán, che ha definito l’amicizia tra i due popoli un motore della cooperazione in Europa centrale e un fattore cruciale nella politica europea. La coesione tra i due è evidente, entrambi all’ultimo Consiglio Europeo si sono opposti tiepidamente al piano della Commissione Europea, chiedendo maggiore equilibrio nella distribuzione degli aiuti, entrambi hanno messo in atto leggi volte a indebolire la comunità LGBT+ (in Ungheria è stato introdotto il divieto per le persone transgender di registrare il cambio di sesso), verso entrambi sono state avviate procedure di infrazione dalla Commissione Europea per violazioni dello stato di diritto. A fare immediatamente seguito alla nemesi di George Soros sono stati il Primo ministro ceco Andrej Babis, segretario del partito dal nome più populista al mondo, Azione dei Cittadini Insoddisfatti, e il Capo del Governo slovacco Igor Matovič, eletto a febbraio 2020, anch’egli con un partito il cui nome è autoesplicativo, Gente Comune e Personalità Indipendenti, mettendo fine a otto anni di socialdemocrazia nello Stato di Bratislava e dichiarando di formare il miglior governo della storia slovacca. Poco sostegno arriva però dagli altri Stati euro-orientali, malgrado alcune norme fortemente populiste, la Romania dell’altro Orban, Ludovic, prosegue il cammino europeista e liberale e non intende dare man forte a Visegrad, specialmente a causa di leggere tensioni con l’Ungheria. Croazia e Bulgaria, addirittura, proprio il giorno in cui Duda veniva proclamato per la seconda volta Presidente, hanno ufficialmente iniziato il percorso per entrare nell’euro. I Paesi baltici, come al solito, si mostrano estremamente distaccati e indipendenti.

Un appoggio molto importante arriva però da oltre oceano. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha mai messo in discussione la propria amicizia con Duda, anzi, ne parla come uno dei suoi alleati più fedeli in Europa, tanto da voler spostare alcune delle truppe americane ritirate dalla Germania proprio in Polonia, in quello che il Presidente polacco vorrebbe battezzare Fort Trump. A consolidare il rapporto c’è la questione dell’iniziativa Tre Mari, lanciata dal blocco dell’Est nel 2015, che fa molta gola a Trump. Lo scopo sarebbe quello di sfruttare Mar Baltico, Mar Nero e Mar Adriatico a fini energetici, mettendo un definitivo stop all’influenza russo-cinese, quindi alle due superpotenze che infastidiscono gli USA.

Tutta questa fiducia e tutto questo potere potrebbero però essere futili in ambito geopolitico per la Polonia. L’Unione Europea sta attraversando una delle fasi più importanti della sua storia, la Conferenza sul suo futuro è stata confermata (dovrebbe, salvo sorprese, essere fissata sul finire di settembre) e la fiducia complessiva del popolo europeo nelle istituzioni è, secondo i sondaggi, estremamente forte a seguito della pandemia. A questo punto, l’Europa potrebbe seriamente iniziare a ragionare di un avvenire senza la Polonia. Voci di corridoio dicono che il conflitto tra Varsavia e l’Unione è arrivato a un punto di non ritorno, che potrebbe sfociare in un Polexit, o meglio, un Polgoodbye, essendo in questo caso Bruxelles a pensare di sospendere o addirittura espellere la Polonia dall’Unione per il suo poco rispetto nei confronti dei trattati e dei valori europei. Come la prenderebbe Duda? Probabilmente non bene. È un sovranista, sì, ma non alla Boris Johnson, più alla Matteo Salvini. Quando parla di Polexit lo fa sottovoce, a lui piacerebbe tenere le redini dell’Unione e sa che, con l’appoggio del suo Club, questa cosa non è infattibile, un allontanamento forzato dalla stessa cambierebbe le carte in tavola, per Duda, per la Polonia e per l’intero Gruppo di Visegrad. Fortunatamente per loro, a oggi non c’è nulla di certo, ma l’autogol degli amiconi dell’Est potrebbe essere dietro l’angolo.

Tuoi commenti

moderato a priori

Attenzione, il tuo messaggio sarà pubblicato solo dopo essere stato controllato ed approvato.

Chi sei?

Per mostrare qui il tuo avatar, registralo prima su gravatar.com (gratis e indolore). Non dimenticare di fornire il tuo indirizzo email.

Inserisci qui il tuo commento

Questo form accetta scorciatoie SPIP [->url] {{gras}} {italique} <quote> <code> et le code HTML <q> <del> <ins>. Per creare i paragrafi, lascia delle linee vuote.

Suivre les commentaires : RSS 2.0 | Atom