Emergenza climatica: a che punto siamo?

, by Cesare Ceccato

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Emergenza climatica: a che punto siamo?

Da quando la pandemia ha varcato il confine cinese, qualsiasi altro argomento è stato ridotto se non completamente eliminato dai media. Dal momento in cui sono stati stanziati mille miliardi per contrastare il global warming da parte della Commissione europea, come è proceduto il Green Deal? Avrà ancora possibilità di esistere una volta superata l’emergenza COVID-19?

Il COVID-19, nuovo attore, più o meno, protagonista nella vita di ogni essere umano si è pian piano preso le luci della ribalta che, fino allo scorso anno, spettavano all’emergenza climatica. Di fatti, anche per la forzata assenza fisica dei ragazzi di Fridays for Future, l’argomento è negli ultimi mesi sparito da giornali e televisioni. È cosa risaputa che la Commissione Europea, presieduta da Ursula von der Leyen, si sia mostrata estremamente determinata sul tema arrivando a porsi l’obiettivo di rendere l’Europa il primo continente al mondo con zero emissioni (obiettivo forse utopistico, ma potenzialmente concreto, vista la manna dal cielo che è l’articolo 4 del TFUE, ove si assicura all’Unione competenza concorrente a quella degli Stati membri in vari ambiti, tra cui ambiente ed energia). A tal fine, il cosiddetto Green Deal è stato fissato come primo punto su cui lavorare nel quinquennio 2019-2024. L’impegno dell’Unione Europea sul global warming, d’altronde, era già tangibile negli scorsi anni; con una serie di direttive, prima di tutte il “Polluter pays principle”, essa ha potuto migliorare la propria condizione atmosferica, contrariamente a quanto successo in nord America e nell’Asia centrale. Il piano della nuova Commissione, sostanzialmente, intenderebbe continuare su questa strada, in modo sempre più coraggioso.

La Commissione europea, come chiunque altro del resto, non poteva però prevedere una crisi pandemiologica internazionale come quella che stiamo vivendo in questi giorni. In una situazione del genere, è lecito chiedersi che ne sarà di questo ambizioso piano. Fallirà? Verrà rivisto? Sono già pronte modifiche a riguardo? A che punto siamo oggi, nel maggio 2020, con il fronteggiamento dell’emergenza climatica?

La natura si è ripresa i suoi spazi, stavolta, non è una frase fatta. L’abbassamento dei livelli di smog dovuto alle possibilità ridotte di spostarsi in aereo o in automobile è sotto gli occhi di tutti, ma il rischio che la progressiva ripresa delle attività produttive renda tutto ciò vano è concreto. Su questo aspetto, si sono espressi a fine aprile sia Frans Timmermans, Commissario europeo per il clima e numero uno del gruppo di lavoro sull’economia verde, sia la stessa Presidente von der Leyen. Sebbene l’attenzione mediatica sia calata e i mezzi finanziari volti alla produzione di energia verde saranno inevitabilmente ridotti, la Commissione non è intenzionata a fare un passo indietro sul Green Deal. A detta di Timmermans, esso non va considerato un lusso tralasciabile al sorgere di un’altra crisi, è essenziale per il futuro dell’Europa. In soccorso della Commissione, si è negli scorsi giorni costituita, grazie alla visione dell’eurodeputato francese Pascal Canfin, la “European Alliance for a Green Recovery”, un’alleanza riunente gruppi della società civile, associazioni imprenditoriali, sindacati, ONG e leader di grandi aziende il cui obiettivo è quello di legare gli investimenti post-emergenza coronavirus a un potenziamento delle misure di sostenibilità ambientale.

Ma, se ciò che trapela da Bruxelles è quanto più possibile una buona notizia, lo stesso non si può dire riguardo gli Stati nazionali. Già l’annuncio di gennaio della Commissione europea di investire mille miliardi nell’economia verde aveva causato, su questa materia, lo sciacquarsi le mani di molti Paesi membri, piuttosto che farli focalizzare su quale aiuto potessero essi dare all’Unione. Prendendo come riferimento l’Italia, allo scadere dello scorso anno, il Parlamento ha dichiarato l’emergenza climatica, e tra i 12 ministri dell’ambiente che hanno sottoscritto la già citata iniziativa di Canfin, rientra anche l’italiano Sergio Costa, dati alla mano, però, non possiamo (nemmeno in quest’ambito) definirci uno Stato avanguardista. Sebbene l’istruzione italiana sia tra le più invidiate, sebbene si sia deciso di introdurre il cambiamento climatico in ambito scolastico, i pochi fondi e la forte burocrazia relegano il nostro Paese solo al ventitreesimo posto per la libertà di ricerca scientifica. A scuotere gli Stati nazionali è intervenuto l’Institutional Investor Group on Climate Change con una dichiarazione in cui si sollecitano i Governi a garantire che la risposta economica alla pandemia sia coerente con l’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Può bastare la raccomandazione di un gruppo tanto stimato per prevedere un miglioramento? La speranza è sempre l’ultima a morire, ma se i finanziamenti statali nel campo della ricerca, specie sulle energie rinnovabili, in Italia, come in quasi metà dei Paesi dell’Unione, scarseggiano, a causa della pandemia tenderanno a scarseggiare sempre di più.

Sempre riguardo gli Stati nazionali, a peggiorare la situazione, ci si è messo l’inevitabile slittamento della COP26 al 2021. È impossibile immaginare oggi come si presenteranno a Glasgow, dove si terrà la conferenza, i leader mondiali il prossimo anno. Di sicuro, ogni Paese sarà ancora impegnato nella ripartenza dell’economia intoppata dal virus, quindi lo stimolo a impiegare tempo, forze e denaro nella risposta al global warming potrebbe non essere quanto desiderato da climatologi, glaciologi e simili, specie se si dà un’occhiata ai motivi che hanno portato al fallimento della COP25 di Madrid. Alla conferenza dello scorso dicembre in terra spagnola, il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres aveva esortato i Capi di Stato ad aprire le orecchie alle moltitudini che chiedono il cambiamento, gli occhi alle minacce imminenti non più trascurabili e le menti alla scienza, ma senza successo. Ancor meno fortuna aveva avuto la scuotitrice di masse Greta Thunberg, sassolino nella scarpa di complottisti, petrolieri e tanti uomini di potere. La conclusione della COP25, con il rinvio della discussione sull’articolo 6, ossia il punto dell’accordo di Parigi regolante il finanziamento delle riduzioni di emissioni sul mercato del carbonio, è stata deludente e preoccupante, sia per la poca ambizione dei Paesi partecipanti, sia per il poco dialogo volto a convincere gli inquinanti Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Arabia Saudita che la salute dei cittadini e la salvaguardia della natura siano più importanti degli interessi economici. A fine 2019, ci si chiedeva se ci fossero le condizioni per evitare il disastro nel corso di un anno. A neanche metà 2020, ci si rende conto che questa riflessione debba ricoprire un lasso temporale ancora più ampio, e le preoccupazioni aumentano.

Insomma, come per ogni altro argomento, in questo periodo, non si può essere troppo tranquilli. Certamente, il Green Deal è un progetto senza pari e non si può far altro che essere fiduciosi nella sua riuscita, ma l’immobilismo dovuto al sovraccarico di problemi interni all’Unione Europea o, peggio, al pensiero di quanto ancora sia lontano il 2050 non è permesso. Il cambiamento climatico non si è mai fermato ed è quello a dover essere inseguito, non una data. Gli Stati nazionali non possono sicuramente ignorare l’emergenza della pandemia, ma, allo stesso tempo, non gli è permesso avere paura. Una volta sconfitto il virus, la politica dovrà compiere delle scelte, dovrà decidere se ripetere quanto ha sempre fatto, con la probabilità (o meglio, il pericolo) di ricascare negli errori di sempre, o se rischiare e sacrificare tanto, di fare questo tanto atteso passo in avanti, con la speranza di assicurare un futuro alle generazioni più giovani e a quelle ancora venture.

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