Il progresso verso un federalismo fiscale europeo è spesso rallentato da una contrapposizione ideologica tra austerità e spesa pubblica, rigore e flessibilità. La mancanza di un debito strutturale nell’Unione europea, elemento fondamentale di un’unione fiscale, è in parte conseguenza di questo conflitto. Tale contrapposizione ostacola l’avanzamento del progetto europeo e rende necessario fare chiarezza.
La creazione di un bilancio comune e l’emissione di debito condiviso costituiscono, prima ancora che una questione politica, una sfida di ingegneria finanziaria. Affinché l’architettura regga senza trasformarsi in un insostenibile sistema di trasferimenti permanenti, la responsabilità fiscale degli Stati membri non è un capriccio ideologico, ma un prerequisito matematico.
Spesso si criticano i parametri di Maastricht (deficit al 3% e debito al 60% del PIL), evidenziando la mancanza di fondamento scientifico. Da un punto di vista econometrico, questa critica è fondata: la sostenibilità del debito non dipende da una soglia fissa, ma dalla relazione tra il costo reale del debito r e la crescita economica reale g. Se r è inferiore a g, il rapporto debito/PIL tende a diminuire nel tempo. Di conseguenza, un paese con un rapporto debito/PIL del 100%, ma con un’economia in crescita sostenuta, può avere un debito più sostenibile di uno con un rapporto del 70% e un’economia stagnante.
Ciò non significa che i parametri di Maastricht siano inutili: senza valori comuni a cui tendere, l’unione dei debiti, da effettuare eventualmente come passaggio nella costruzione dello Stato federale europeo, diventerebbe un meccanismo con cui i paesi con debito inferiore sovvenzionerebbero implicitamente i paesi più indebitati. Si potrebbe verificare il Free Riding, un fenomeno dove alcuni membri beneficiano della stabilità garantita dagli altri senza sostenere i costi economici e politici.
Un’opzione che si sente spesso per tentare di aggirare questo problema è la coesistenza del debito nazionale con un eventuale nuovo debito federale, in modo tale che ogni paese continui a pagare il proprio debito anche dopo la creazione di quello europeo. Il problema è che estinguere il debito pubblico risulta impossibile nel breve termine: solo in un arco temporale molto lungo, con una crescita economica sostenuta, il peso del debito diminuisce rendendo il rimborso gestibile. Tuttavia, ciò presuppone che nel breve e medio periodo il debito possa essere continuamente rinnovato, cosa che dovrebbe essere vietata in caso venga data la possibilità strutturale all’UE di indebitarsi.
Se si permettesse infatti agli Stati membri di mantenere la piena sovranità di spesa in deficit pur avendo accesso a fondi europei, si incentiverebbe il Moral Hazard: i governi nazionali potrebbero utilizzare il debito europeo per gli investimenti virtuosi, continuando però a usare la leva del deficit nazionale per spesa corrente o clientelare. Questo scenario non farebbe altro che aumentare la massa di debito complessiva, minando la fiducia dei mercati e mettendo in pericolo la stabilità dell’euro, dell’economia europea e del debito stesso.
Per un modello sostenibile, l’Europa dovrebbe prendere a esempio il funzionamento degli Stati Uniti. Oltreoceano esiste una dicotomia netta: il governo federale ha la flessibilità per indebitarsi e adattarsi ai cicli economici, mentre i singoli Stati operano con vincoli di bilancio estremamente rigidi, quasi sempre imposti addirittura dalle costituzioni statali. Gli Stati americani, infatti, non emettono debito per finanziare la spesa corrente, come stipendi o servizi ordinari, ma limitano l’indebitamento quasi esclusivamente alle spese in conto capitale, ossia investimenti infrastrutturali con ritorni a lungo termine.
È importante sottolineare che aspirare al modello americano, che prevede appunto una flessibilità di indebitamento a livello centrale, non significa dire che a livello federale si possa fare tutto il debito che si vuole. La federazione non è la panacea di tutti i mali, e quindi non renderebbe immuni da una potenziale mancanza di fiducia da parte dei mercati.
In conclusione, la creazione di un vero debito europeo richiede un compromesso importante: concentrare la capacità di indebitamento a Bruxelles implica necessariamente limitarla per le capitali nazionali. I vincoli fiscali non hanno come fine l’austerità fine a sé stessa, ma mirano a creare le condizioni strutturali per rendere l’euro e un futuro debito europeo percepiti come asset sicuri.
È fondamentale non solo che, una volta istituita una fiscalità e un debito comuni, gli Stati membri non possano più indebitarsi a livello nazionale, ma anche garantire oggi una convergenza dei livelli di debito nazionali, così da permettere un’unione dei debiti senza che nessuno Stato approfitti degli altri. Questo può richiedere, a seconda dei casi, sia tagli alla spesa pubblica sia aumenti delle tasse. Finché gli Stati europei pretenderanno di fare debito irresponsabilmente, il federalismo fiscale resterà politicamente ed economicamente insostenibile.

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