Torniamo a parlare di discriminazione in Italia e in Europa verso la comunità LGBTQI+

Giorni di ordinaria omofobia

, di Sofia Masullo

Giorni di ordinaria omofobia

Giugno, Pride month. E non da molto è passato il 17 maggio, giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia. Ma a conti fatti, cosa è realmente cambiato? È di fatto cambiato qualcosa? Procediamo a lenti passi o siamo decisamente a un punto morto?

Il Parlamento europeo vuole garantire il rispetto dei diritti LGBTQ+ in tutti gli Stati membri, ma secondo il report “Rainbow Europe 2022” (realizzato da ILGA EUROPE) su 49 di questi l’Italia è solo al 33esimo posto: al di sotto della metà. Sarebbe a dire che sulla percentuale totale dei diritti (e quindi anche delle leggi) a favore e a tutela della comunità LGBTQ+, solo il 25% sono garantiti in Italia, con livelli di protezione inferiori a quelli dell’Ungheria.

Da marzo 2021 ad aprile 2022, omofobia.org rileva almeno 148 vittime, almeno quelle che hanno esplicitamente sporto denuncia alle Forze dell’Ordine per fatti penalmente rilevanti anche in assenza di una specifica legge sull’omotransfobia.

Sempre secondo i dati resi pubblici da omofobia.org, le vittime di omofobia che hanno denunciato nel 2021 e 2022 si distribuiscono in 42 località, da Roma a Villafiorita. Le città in cui sono state registrate più vittime sono Torino e Roma, e a seguire Milano e Napoli. Il caso di Torino è eclatante, dal momento che in passato Torino aveva registrato un numero relativamente basso di vittime, ora invece ha raggiunto i numeri di Roma, che ha il triplo dei suoi abitanti: è quindi decaduto il mito di Torino città friendly.

Questo naturalmente non significa che i paesi meno abitati siano per la comunità LGBTQ+ luoghi ameni dove non si verificano episodi di omolesbobitransfobia, anzi, l’incidenza sulla popolazione sembra seguire un ordine inverso: minore è la popolazione, maggiore è l’incidenza del numero di vittime.

I mesi estivi in particolare, tra maggio e luglio 2021, sono stati quelli con il maggior numero di vittime, con un picco non irrilevante nel mese di giugno: una vera e propria ondata d’odio che ha tinto di nero qualunque arcobaleno: 34 vittime (più di una al giorno), delle quali 26 per episodi violenti e/o violentissimi (10 aggressioni personali, 15 vittime di aggressioni di gruppo, e 1 persona uccisa). Curiosa coincidenza, o forse no, se si pensa che giugno è per l’appunto il mese del Pride.

Non solo.

Il giugno 2021 è stato anche il periodo in cui è stato presentato il ddl Zan alla Camera dei Deputati, il quale aveva da subito acceso un forte dibattito pubblico. Ciò che confermerebbe questa ipotesi è l’ulteriore picco di episodi omofobi nel mese di ottobre 2021, quando il medesimo ddl giunse poi in Senato.

Dopo l’affossamento del ddl Zan lo scorso autunno (e non è certo difficile ricordare come in Senato il capitolo sia stato considerato “chiuso” da Lega e FdI con un sonoro applauso, seguito da veri e propri cori da stadio). Il decreto è stato nuovamente depositato alla Camera dal PD: ad aprire il testo a modifiche sono stati Enrico Letta, segretario del partito, e Alessandro Zan, col preciso intento di non stravolgerne completamente lo scopo di fondo. Entrambi sono dell’opinione che se entro questa legislatura il ddl non verrà approvato, sarà solo un’enorme sconfitta. Di fatto, in Italia non esiste ancora una legge a tal proposito. In seno al governo Draghi ci sono ancora molti contrasti, e potrebbe accadere che non se ne parlerà di nuovo fino al 2023. Ancora un anno, che andrebbe ad assommarsi a tutti quelli in cui si è sperato che si facesse quel passo. Anche l’opinione pubblica ha acceso un forte dibattito, frapponendo due schieramenti netti: uno per il sì e uno per il no.

Alla fine la morale è ancora quella: l’ignoranza genera l’odio, e l’odio genera la violenza, in tutte le sue forme. Perché sono davvero molte le forme in cui l’omofobia prende forma: aggressioni verbali, fisiche, singole o plurime, suicidi o tentati suicidi, e omicidio.

È ovunque: in strada, in famiglia, nella Chiesa e negli ambienti religiosi, in ambiente scolastico e lavorativo (l’Istat rileva che dopo un’unione civile omosessuale, 1 persona su 5 viene discriminata sul luogo di lavoro), e sul web.

Non risparmia nessun luogo, né pubblico né privato.

Se si conferma un andamento decrescente delle vittime nella fascia 31/40 in poi, allo stesso tempo si registra una forte crescita delle vittime in età compresa fra gli 11/20 anni (29%), che arrivano quasi a raggiungere quelle della fascia successiva 21/30 (33%).

Siamo davvero il “Paese delle Meraviglie”, nella sua accezione peggiore: un Paese in cui per offendere una donna le si dà della “lesbica” e per offendere un ragazzo gli si dà del “frocio”, senza mancare di aggiungervi accanto epiteti che considerare “orrendi” è un eufemismo colossale.

Le parole hanno il loro peso: sono lo specchio di come elaboriamo il mondo, lo traduciamo e lo viviamo. Lo sconforto è dilagante quando si pensa che tutto questo odio è per persone che si amano. Che amano chiunque, ma che soprattutto e in primo luogo amano se stesse, abbracciando tutto ciò che sono.

Un ossimoro potente: l’odio verso l’amore.

Come un miraggio, appare distante ed evanescente un’ Italia dove l’amore possa sbocciare ovunque e tra chiunque, traducendosi in forme e storie diverse, senza temere che qualcosa di ingiusto o terribile accada, e che in tutto questo la Legge non agisca. L’amore è un atto di coraggio, e se questo sia vero o no una cosa però è certa: i predicatori di odio sono tutto fuorché coraggiosi. L’odio è vile, sterile. L’odio non ha bisogno di coraggio, perché si nutre di pura vigliaccheria. L’odio richiede il minimo sforzo, non comporta alcun rischio.

È solo quando amiamo qualcosa o qualcuno che ci mettiamo davvero in gioco, rischiamo.

Perché si teme di educare all’amore? Perché è di questo che si tratta, o no?

Educare. Tutto ciò che ci manca.

L’arma di rivalsa contro l’ignoranza.

Siamo il Paese dove la violenza fa spettacolo e l’amore fa scandalo.

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