Il paradosso di X (e di Musk)

Quando i ricchi decidono che la politica è cosa loro

, di Davide Emanuele Iannace

Il paradosso di X (e di Musk)

Il titolo che potrebbe essere tranquillamente quello di un libro di fantascienza è, in realtà, la follia comunicativa che ritroviamo oggi in Europa, all’inizio delle vacanze natalizie, grazie al sempre-verde e sempre-mitico (e mai abbastanza dimenticato) Elon Musk.

Cosa è successo?

Qualche giorno fa, l’UE ha amministrato una grossa multa ad X, ex-Twitter, ex-servizio social libero. La piattaforma è in violazione del Digital Service Act (DSA), un mega pacchetto di regole della Commissione che mira a regolare in maniera più precisa il mondo digitale, e in particolare quel gruppo di app, app store e software che rientrano nella categoria “Very large”, con basi utenti larghe e superiori al 10% della popolazione europea.

Il DSA è un documento complesso, ma possiamo sintetizzarne l’opera specificando che ciò che va a toccare non è mai il contenuto delle piattaforme – tranne in casi specifici come la pedopornografia et simili – ma per lo più la forma con cui queste piattaforme vanno a mostrarsi, strutturarsi ed influenzare il mercato unico europeo. L’UE, nello specifico, è andata a citare come (i) le spunte blu di X siano in realtà qualcosa di acquistabile e quindi non un certificato di autenticità di un profilo, (ii) un archivio di dati molto opaco e infine (iii) la difficoltà per specialisti e ricercatori nell’accedere ai dati di X.

Cosa è avvenuto subito dopo

Il patron di Tesla, X, SpaceX e un po’ di altre compagnie, ha subito attaccato la Commissione europea, accusandola di essere l’equivalente di un Quarto Reich, citando l’attacco ad X e comparandolo ad un attacco alla libertà di stampa e di espressione. Forse dovrebbe cominciare a pensarci innanzitutto su Grok, la sua preziosa IA, le cui risposte rasentano spesso il ridicolo. Il signore di spazio, terra e satelliti si è trovato supportato non solo dal solito establishment americano, un gruppo che ha fatto della libertà di parola di uomini bianchi, etero, possibilmente ricchi, proprio il suo mantra. Ha ricevuto anche il non-ironico supporto di Dmitrij Anatol’evič Medvedev, il braccio destro (fino a che non incontrerà anche lui una finestra aperta in quel di Mosca), che cita proprio come l’UE sia la fine della libertà di parola.

Ironico, sapendo che X è bloccato in Russia e che probabilmente il nostro fidato Medvedev, l’uomo delle bombe sull’Ucraina, avrà dovuto usare una VPN progettata squisitamente per farlo accedere al vecchio uccello blu dell’Internet.

Possiamo aggiungere che gli attacchi di Musk all’UE arrivano dopo che il suo ex-presidente preferito degli Stati Uniti ha deciso che Tik Tok. piattaforma online di discreto successo si potrebbe dire, si ritrova a dover essere venduta ad altri proprietari non-cinesi al fine di poter continuare a essere nel mercato USA. Questo non vale come censura né come. Quarto Reich, apparentemente.

La risposta UE è stata abbastanza pacata, se non debole. Si cita come il loro sia un atto legale non dei contenuti ma della forma, e la risposta migliore è stata data dal Ministro degli Esteri di Varsavia, che ha detto a Musk di andare su Marte, dove i saluti nazisti sono ad oggi ancora legali o almeno non banditi ad oggi.

Al di là dell’ironia

Al di là delle facili battute che questa situazione a dir poco paradossale mostra al mondo, la discussione di Musk con la Commissione europea, il supporto ricevuto da quel bel faccione di JD Vance e dei suoi soci, fa riflettere moltissimo sul perché un atto come il DSA sia più che mai necessario nell’attuale contesto geopolitico digitale.

Le grandi piattaforme hanno una situazione di pressoché oligopolio e dominio della scena virtuale. Non sono solo delle app molto popolari, ma diventano dei propri microcosmi dominanti che si trasformano in casse di risonanza, e di azione politica. Lo spazio digitale è una grande opportunità di sviluppo collettivo, e ha dato e offerto riparo e radici a movimenti sociali che hanno cambiato la prospettiva politica nel mondo fisico, come nel caso delle Primavere arabe o delle recenti rivolte in Nepal.

Lo spazio digitale può essere un utile contenitore di discussione, di confronto politico, di crescita collettiva. Lo è, particolarmente, quando è libera e non monopolizzata dal discorso politico di attori quali Trump e Vance, ma soprattutto quando non è dominata da interessi di tipo puramente economico – come nel caso di X e di Musk. Il punto di leggi, imperfetto come tutte le cose umane, del DSA, è non contrastare di per sé il contenuto di tali piattaforme, ma incrementare la trasparenza, l’accountability e mettere dei paletti a quanto potere queste possano avere all’interno del mondo digitale.

Gli attacchi di Musk, la struttura della comunicazione di Trump nella sua piattaforma Truth, hanno dimostrato ampiamente come il mondo digitale sia una grande, potente, cassa di risonanza mediatica, costruita per facilitare messaggi semplici e diretti (ideali per quei gruppi politici che fanno della semplicità la chiave comunicativa), ma anche terribilmente soggetti al fenomeno oramai rinomato della fake news. Non entriamo ora nel merito proprio di questo, che richiederebbe una riflessione a parte.

Ciò che vogliamo mettere in risalto in questo pezzo è il peso che oramai enti e persone private, come Musk, stanno avendo sulla comunicazione pubblica, in maniera incontrastata, nell’impossibilità di un aperto dibattito che possa mettere in discussione le loro posizioni. Sono gli dèi – avremmo tutti preferito comunque Hermes – del proprio territorio. Cambi di proprietà come quello del Washington Post, acquistato da Bezos, stanno portando i mezzi di comunicazione sotto potenti famiglie e clan accumulatori di capitale e ricchezza e ora di potere politico diretto. Gli USA stanno mostrando cosa voglia dire questo. Un sistema che ha fatto della pluralità le sue fondamenta che si ritrova con la polizia federale che gira per le città senza distintivo, armato come una milizia ISIS qualsiasi, ad arrestare chiunque non sembri bianco abbastanza.

Chiaramente, ci troviamo in un’epoca in cui le parole di pochi privati possono drasticamente modificare e impattare la realtà pubblica. Censurarle non è una soluzione possibile – andremmo contro proprio tutto il disegno della nostra realtà come democrazia liberale – ma al contempo non è possibile, nemmeno, limitarsi a lasciare le cose nella situazione in cui siamo. Il potere, come direbbero ad un famoso personaggio aracnide dei fumetti e dei film contemporanei, porta con sé delle responsabilità.

La fama di gloria e di controllo non ci permette di semplicemente pensare che, nel miglior interesse della cosa pubblica, tali persone limiteranno il proprio intervento sulla scena pubblica in maniera consensuale. Nemmeno possiamo aspettare che nasca un contropotere privato simile a garantire la nostra libertà.

A breve termine, la risposta è mantenere innanzitutto alta l’attenzione su tematiche quali il DSA, garantendo che il nostro legittimo desiderio di trasparenza e accountability non diventi – come nel tentativo di leggere le chat private al fine di limitare la pedopornografia – un tentativo di controllo anche politico. Tale attenzione viene tanto dalle parti politiche che dalla società civile, che come su questioni quali la Palestina e l’Ucraina, così anche su questioni di diritti sociali e politici deve mantenere alta la bandiera. Al contempo, decisori come l’UE devono continuare a far rispettare regole come quelle del DSA. Piattaforme enormi come X, il framework di Meta, ma anche Tik Tok, hanno un grande potere -e devono quindi essere trasparenti nel modo in cui lo utilizzano.

A medio e lungo termine, le azioni da intraprendere sono varie. C’è bisogno di una popolazione più critica verso le informazioni che vede e riceve (e su questo, l’IA non ci sta aiutando moltissimo ad oggi). C’è bisogno di una maggiore capacità di comprendere la realtà al di là degli slogan, un ritorno alle forme più complesse di comunicazione e d’informazione, che non possono essere contenute in 480 caratteri.

C’è bisogno anche di re-investire su infrastrutture di comunicazione “Made in Europe”, fatte e formate con le regole europee, per la popolazione europea e non solo, dove il dibattito non sia inquinato dallo strapotere di enti privati come quelli di X e Musk. Lo spazio digitale non è per forza il Far West, e anche se lo fosse, già una frontiera fu domata, si può domare anche questa con il giusto agire politico.

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