Israele-Palestina: un problema irrisolto

, di Piergiorgio Grossi

Israele-Palestina: un problema irrisolto

Il problema della convivenza tra arabi e israeliani sul territorio della Palestina si pone fin dal 15 maggio del 1948, quando fu proclamato lo Stato di Israele. Assistiamo da 72 anni all’inconciliabile contrasto tra i timori israeliani, che vedono minacciati la loro esistenza come stato-nazione, e la rabbia dei palestinesi, che allo stesso tempo vedono negati i loro diritti. Risultato: quattro guerre dichiarate e un perenne stato di tensione tra terrorismo palestinese e rappresaglie israeliane. In questo quadro la diplomazia internazionale sembra utilizzare le parti in gioco in Palestina come pedine di strategie che nulla hanno a che vedere con il benessere delle popolazioni locali. L’unico punto in cui le diplomazie americane, russe, sciite e sunnite concordano è lo slogan “due popoli, due stati”. Tutti gli inutili tentativi di conciliazione si sono basati su questo assioma: creare uno stato palestinese al fianco dello stato di Israele.

GLI INTELLETTUALI

Abraham Yehoshua, scrittore e intellettuale israeliano, in una intervista all’Espresso del settembre 2017, affermava: ”La soluzione dei due Stati non è più possibile. Nessuno caccerà i coloni dalla Cisgiordania. L’unica strada è l’eguaglianza di fronte alla Legge. Dobbiamo offrirgli la cittadinanza, con tutti i vantaggi, dalla sanità alle pensioni. Due popoli, uno Stato.

Yehoshua è l’ultimo di una serie di intellettuali che ormai non crede più all’ipotesi di una possibile convivenza pacifica fra israeliani e palestinesi attraverso la creazione di due Stati distinti. Prima di lui John Galtung, Yuri Avnery e Amos Oz avevano sostenuto la impraticabilità della soluzione dei “due popoli, due Stati” per una semplice ragione: la Cisgiordania è abitata da più di 500.000 israeliani, i cosiddetti “coloni”, che occupano gran parte del territorio geografico della West Bank. Questi hanno un peso elettorale decisivo e sono protetti dall’esercito israeliano: non è pensabile che abbandonino il territorio o accettino di far parte di uno Stato palestinese.

Non solo intellettuali israeliani, ma anche alcuni palestinesi sono sulla stessa linea; Marzuq Halabi, un pensatore arabo druso e poeta, che vive a Daliet al-Karmel (Haifa), ha commentato la posizione di Yehoshua: «Noi -arabi e israeliani- lavoriamo su questo da più di 12 anni e condividiamo ogni sillaba del discorso di Yehoshua. Egli incoraggia e sostiene i nostri pensieri, ma il problema sta nel fatto che noi portiamo avanti una battaglia di idee e non riusciamo ad avere influenza politica. Abbiamo bisogno di sostenitori Europei perché il problema palestinese è nato in Europa ed è lì che deve tornare: geograficamente e culturalmente l’Europa è molto più vicina a noi che gli USA. Noi speriamo nell’Europa».

L’ASSENZA DELL’EUROPA

Marzuq Halabi mette il dito nella piaga: l’assenza dell’Europa. Gli Alti Rappresentanti per la politica estera dell’Unione Europea, che si sono succeduti negli ultimi anni, non hanno potuto esprimere una posizione unitaria europea sul Medio Oriente perché i Trattati (sui quali si basa l’Unione Europea) sanciscono la assoluta sovranità dei singoli stati in tema di difesa e politica estera: solo ottenendo la unanimità di tutti i 27 stati della UE l’Alto Rappresentante avrebbe potuto assumere iniziative.

USCIRE DAGLI SCHEMI

Se la soluzione dei “due popoli, due stati” non è percorribile occorre rassegnarci ad un perenne conflitto tra Israele e i Palestinesi? Forse qualcuno di voi ricorda il quesito di unire 9 punti con sole 4 linee rette senza staccare la matita dal foglio; se ci si intestardisce nel rimanere all’interno del quadrato proposto dal quiz non se ne viene a capo; solo uscendo dal quadrato si trova la soluzione, che sembra banale dopo averla vista. Poiché le diplomazie si sono intestardite inutilmente per 70 anni a cercare la soluzione dentro lo schema dei “due popoli, due stati”, è giunto il momento di uscire dallo schema.

John Galtung ha citato l’iniziativa del francese Robert Schuman che il 9 maggio del 1950, esattamente 5 anni dopo la fine della guerra, uscì dagli “schemi” classici della politica: Robert Schuman propose ai tedeschi, con i quali i francesi avevano combattuto sanguinose guerre per 80 anni, di mettere in comune le risorse carbonifere e le industrie siderurgiche dei due paesi (CECA) quale premessa per una futura Federazione tra i due popoli. Vediamo se è possibile lanciare, oggi, una “proposta Schuman” per la Palestina. Il “metodo CECA” si basava su tre pilastri: la volontà dei popoli europei di porre fine per sempre al conflitto; la garanzia internazionale, all’epoca rappresentata dagli USA, e la prospettiva di unione federale cioè la salvaguardia delle diversità nell’Unione.

LE TRE CONDIZIONI IN PALESTINA

Il primo pilastro esiste: la maggioranza degli israeliani e dei palestinesi sono stanchi dello stato di guerra permanente. Il secondo pilastro per ora manca: il progressivo disimpegno americano in Medio Oriente, la divisione all’interno del mondo arabo e l’assenza dell’Europa non offrono oggi alcuna “garanzia internazionale”. Il terzo pilastro va proposto e non può che essere un solido progetto istituzionale di pace: la federazione israelo-palestinese.

LA GARANZIA INTERNAZIONALE

Occorre costruire i due pilastri mancanti. L’Unione Europea può diventare il garante internazionale di un progetto di pace, perché ne ha l’autorità morale che le deriva dall’essere l’esempio tangibile di costruzione di istituzioni comuni per via pacifica tra nazioni che si sono combattute per secoli e hanno abbandonato le passate velleità coloniali. L’Unione possiede la forza economica e anche la struttura istituzionale per agire avendo inserito la politica estera e di difesa nei Trattati. Per ora la UE non agisce perché bloccata dalla regola, prevista dai Trattati, della unanimità necessaria per qualunque iniziativa di politica estera, di sicurezza e di difesa. Occorre però considerare che l’Unione Europea è un processo in costruzione e che le modifiche che ha subito negli anni sono sempre evolute, anche se a fatica, verso soluzioni sovranazionali. Con la cooperazione strutturata permanente tra 24 paesi nel campo della difesa si è infranto anche il tabù della esclusiva sovranità nazionale in quel settore, considerato spesso come ambito esclusivo nazionale. Con l’introduzione del “Recovery Fund” si è infranto anche l’altro tabù della esclusiva sovranità nazionale in campo fiscale. La Libia, la Palestina, la pressione migratoria costringeranno prima o poi la UE a dotarsi di una politica estera unica e decisa a maggioranza nelle sedi istituzionali europee. Il disimpegno americano, l’espansionismo russo e le velleità turche saranno altrettante spinte ad “uscire dagli schemi” anche in politica estera. L’Europa quindi potrà rappresentare la “garanzia internazionale” che israeliani e palestinesi auspicano per raggiungere la pace.

QUALE PROGETTO

La mancanza di un credibile progetto di pace fa prevalere il pessimismo e rende chiassosi gli estremisti delle due parti, che ora sembrano aver imposto la loro agenda di odio e contrapposizione. Un progetto di pace va proposto e non può che essere la prospettiva della Federazione israelo-palestinese. Un ex diplomatico dell’autorità palestinese, a cui ho fatto pervenire il piano che esporrò nelle prossime righe, ha esclamato “il piano è condivisibile, ma se proponessi oggi un piano simile mi sparerebbero”, tanto è ormai radicato l’odio. La stessa risposta la ebbero Spinelli e Rossi da parte della stragrande maggioranza dei confinati a Ventotene nel 1941 allorché proposero la strada della Federazione Europea; non desistettero e la storia ha dato loro ragione. Non vogliamo desistere neanche oggi.

Ecco una ipotesi di piano di pace e di ricostruzione istituzionale in 9 punti che l’Europa dovrebbe sostenere.

  1. Si elegge o si nomina una assemblea costituente composta da metà israeliani e metà palestinesi
  2. I territori di Israele, Cis-Giordania e Gaza diventano un unico stato federale la cui costituzione andrà scritta dalla assemblea costituente.
  3. La libertà di culto, di circolazione e la non discriminazione dovrà essere alla base della Costituzione.
  4. La organizzazione amministrativa federale dovrà comprendere le attuali 6 province dello stato di Israele e 4 province in cui andrà divisa l’attuale Autorità palestinese (*). Queste 10 entità potrebbero essere chiamate CANTONI
  5. Il potere legislativo sarà rappresentato da una camera dei cantoni in cui i 10 cantoni sono rappresentati paritariamente (esempio 5 rappresentanti per ogni cantone = 50 membri) e una camera dei cittadini eletta con sistema proporzionale (uno stato di circa 9 milioni di abitanti potrebbe avere una camera di 200 membri)
  6. La politica estera e di difesa sarà competenza della camera dei cantoni (in cui sono in maggioranza i cantoni israeliani) e le politiche economiche e sociali saranno di competenza della camera dei cittadini in cui la componente palestinese è pari a quella israeliana.
  7. Ogni cantone avrà continuità territoriale e quindi le attuali colonie israeliane in territorio palestinese faranno parte dei cantoni palestinesi e voteranno all’interno del cantone di appartenenza.
  8. Il governo del paese dovrà in costituzione prevedere la presenza o comunque la fiducia della maggioranza sia israeliana che palestinese (sistema adottato in passato in Libano tra cariche affidate a Maroniti e a Sciiti). In pratica occorrerà un sistema che impedisca, almeno per una lunga fase transitoria, ad una delle due componenti di governare da sola.
  9. Un’unica Corte Costituzionale avrà il compito di garantire il rispetto della costituzione.

PROPOSTE OPERATIVE

Penso che questo progetto dovrebbe essere discusso, emendato e alla fine sostenuto dalle organizzazioni federaliste e, se condiviso da gruppi organizzati di cittadini, dovrebbe essere divulgato e trasformato in azioni politiche quali, inizialmente, una petizione o un appello rivolto al Parlamento Europeo e all’Alto Rappresentante per la Politica Estera Josep Borrell.

(*) Province attuali israeliane e relativa popolazione:

Settentrionale (750 mila abitanti –Nazareth) Haifa (600 mila abitanti) Centrale (950 mila – Ramla) Tel Aviv ( 1.100 mila ) Gerusalemme (600 mila) Meridionale (550 mila – deserto del Negev) (Non ho considerato la provincia del Golan)

Ipotesi province palestinesi:

Nord – Nablus (900 mila) Centro – Ramallah/Gerusalemme (1.200 mila) Sud – Hebron (700 mila) Gaza (1.700 mila)

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